In Italia, solo 4 minori su 10 tra i 6 e i 17 anni hanno visitato almeno una mostra o un museo nell’ultimo anno. Un dato già basso di per sé, ma che nasconde fratture territoriali profonde: in regioni come Calabria e Puglia, la percentuale scende sotto il 25%. In pratica, meno di un bambino su quattro ha avuto accesso a un’esperienza culturale di base. È quanto emerge dal report pubblicato da Openpolis in collaborazione con Con i Bambini, nell’ambito dell’osservatorio permanente sulla povertà educativa minorile.
Ma la vera notizia, forse, non è il dato in sé. È che ci sono gli strumenti per cambiare questa realtà, e spesso non vengono usati fino in fondo. Uno su tutti: la scuola. La sinergia tra istituti scolastici e musei – a volte occasionale, a volte strutturata – può essere il grimaldello per rompere la spirale della povertà educativa, avvicinando i bambini alla cultura là dove le famiglie, per motivi economici, non riescono ad arrivare.
Un’Italia spaccata in due davanti alla cultura
Se Trento supera il 60% di minori che hanno visitato un museo, regioni del Sud come Sicilia, Campania, Calabria, Basilicata e Puglia non raggiungono neppure la soglia del 30%. Una divaricazione che riflette, come sempre, le diseguaglianze sociali e infrastrutturali: dove il reddito è più basso e l’offerta culturale meno accessibile, l’infanzia si allontana dalla cultura.
La fruizione culturale non è solo un indicatore di benessere: è anche un moltiplicatore di opportunità. Dove si legge di più, si va più spesso ai musei, si partecipa alla vita comunitaria, spesso si registra anche una maggiore partecipazione scolastica e una minore dispersione. La povertà educativa, infatti, non è soltanto legata all’istruzione formale, ma riguarda tutto ciò che un bambino non può vivere: teatro, musica, arte, sport.
Musei: tra visite scolastiche e patti educativi
Nel 2022, il 73,9% dei musei italiani ha ospitato visite scolastiche. Ma solo il 30% ha attivato vere e proprie partnership con le scuole, e appena l’11,8% ha realizzato progetti di inclusione rivolti a soggetti in povertà economica, educativa o culturale. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, i musei rimangono luoghi “da visitare” per qualche ora, senza entrare realmente in un percorso educativo condiviso e continuativo.

Eppure proprio i musei potrebbero diventare centri attivi di comunità educante, costruendo alleanze con le scuole, le famiglie, le associazioni del territorio. Non basta aprire le porte: serve strutturare relazioni durature, pensare mostre e attività per un pubblico giovane, creare ambienti accoglienti per tutti, non solo per chi ha già dimestichezza con la cultura.
Il Sud risponde, ma ha bisogno di più mezzi
Paradossalmente, è proprio nel Sud – dove l’accesso alla cultura è più limitato – che si registra una maggiore tendenza all’attivazione di progetti inclusivi. La Campania, ad esempio, è la prima regione italiana per attivazione di partenariati scuola-museo (40,4%) e per progetti di inclusione rivolti a persone in povertà (30%). La Calabria e la Puglia seguono a ruota.
Questo è un segnale da cogliere: nonostante le difficoltà, ci sono territori che cercano di reagire, costruendo alleanze educative per non lasciare indietro i più giovani. Ma senza un supporto strutturale – finanziamenti, politiche pubbliche, personale formato – questi sforzi rischiano di rimanere iniziative isolate, e non diventare sistema.
Densità culturale e divari locali
Un altro elemento chiave è la presenza stessa delle strutture museali sul territorio. In media in Italia ci sono 4,8 musei ogni 10.000 minori, ma con enormi differenze. A Siena si arriva a oltre 40 musei ogni 10.000 bambini e ragazzi; a Ragusa e Messina meno di uno. Dove non c’è offerta culturale, è difficile anche solo pensare di costruire relazioni educative forti.
Serve allora una mappatura attenta delle carenze e degli sprechi, delle potenzialità locali e delle criticità. Serve una politica culturale che sia anche politica educativa, e viceversa.
La cultura è un diritto, non un premio
Non si può continuare a considerare i musei come un lusso accessibile solo a chi se lo può permettere, o come una “gita premio” scolastica. La cultura è un diritto, e deve far parte della quotidianità di ogni bambina e bambino, a prescindere da dove nasca, da quanto guadagnino i suoi genitori, da quanta strada lo separi dal museo più vicino.
La povertà educativa si combatte con alleanze. Scuola, musei, istituzioni locali e comunità possono – e devono – fare rete. La buona notizia è che i segnali ci sono, soprattutto dove il bisogno è più forte. Ora serve trasformare queste esperienze in modelli, e questi modelli in politiche.



