Le Olimpiadi sono belle. Nessuno è “contro le Olimpiadi” in quanto tali: lo sport è una lingua comune, la festa collettiva è reale, l’orgoglio pure. Il punto è un altro, ed è più italiano che olimpico: siamo contro la privatizzazione delle Olimpiadi, cioè contro il meccanismo per cui i benefici diventano rendita — immagine, immobili, contratti, sponsorizzazioni — mentre i costi si spalmano sul pubblico e, soprattutto, sui territori.
Perché Milano-Cortina non è una fiaccola: è un bilancio. E il bilancio non è uno. È almeno due: organizzazione e opere. Mischiarli è il modo più efficace per dire “tranquilli, paga il mercato”. Separarli è il modo più efficace per capire chi paga davvero. Quando la premier Meloni sostiene che chi manifesta contro le Olimpiadi manifesta contro l’Italia, oltre a proporre una bugia facilmente confutabile, afferma, di fatto, che le Olimpiadi non appartengono ai cittadini. Vediamo perchè.
Sulle opere, i numeri non sono opinioni: la società pubblica SIMICO pubblica il Piano delle opere con 98 interventi, di cui 47 impianti sportivi e 51 infrastrutture di trasporto, per un valore complessivo di 3,5 miliardi di euro. Non “stima”, non “sensazione”: è scritto lì, nero su bianco, con l’aggiornamento legato a rimodulazioni fino ad agosto 2025.
Ora, proviamo a fare un esercizio che in Italia viene scambiato per polemica solo perché è aritmetica: cosa succede se mettiamo quei miliardi accanto ai bisogni sociali che raccontiamo ogni giorno? Il Fondo per la non autosufficienza nel 2026 è riportato a 934,6 milioni di euro.
Tradotto: meno di un miliardo per anziani fragili, disabilità gravi, assistenza domiciliare, famiglie che si arrangiano quando lo Stato non arriva. Mettere 3,5 miliardi sulle opere olimpiche significa, nella scala delle priorità, spendere circa tre-quattro volte quello che destiniamo alla non autosufficienza.
E sul fronte casa il cortocircuito diventa quasi indecente. Il rifinanziamento per la morosità incolpevole è indicato in 2 milioni di euro per il 2026 e 2 milioni per il 2027. In un Paese dove l’emergenza abitativa non è un titolo, è una cronaca — e dove persino il tag “Olimpiadi Milano-Cortina” si incrocia con storie di sfratti e famiglie che finiscono in strada — quei “milioni” suonano come un biglietto di scuse, non come una politica.
A questo punto arriva la frase-totem: “Ma le Olimpiadi sono un investimento”. Benissimo. Allora pretendiamo le condizioni minime di ogni investimento: perimetro chiaro, costi tracciati, rendimenti misurabili, responsabilità esplicite. Perché anche sul lato organizzativo — quello presentato come più “coperto” — i conti non sono granitici: Reuters riporta che il budget di staging è passato da circa 1,3 miliardi a oltre 1,7 miliardi, e che la preparazione è stata descritta come una corsa in “modalità emergenza”.
Se preferiamo una cifra in euro da una fonte istituzionale locale, la Provincia autonoma di Bolzano parla di un budget complessivo di circa 1,6 miliardi di euro per la Fondazione, con circa 400 milioni legati al CIO (broadcast). In altre parole: anche la parte “evento” non è un monolite, e la parola “emergenza” non è un dettaglio estetico — è il contesto in cui, storicamente, le varianti e gli extracosti trovano terreno fertile.
Ma se vuoi capire davvero Milano-Cortina, non devi guardare la fiamma: devi guardare una pista. La pista di bob. Perché se esiste un’immagine che sintetizza la contraddizione tra narrazione e realtà, è quella del Cortina Sliding Centre.

A Cortina d’Ampezzo l’abbattimento di un bosco di larici secolari per fare spazio al nuovo Sliding Centre è tornato al centro dei riflettori. Le stime riportate da più fonti parlano di circa 560 larici interessati dal taglio nell’area, diventati il simbolo pubblico delle “Olimpiadi sostenibili” che sostenibili non riescono più a sembrare.
Le istituzioni e i soggetti coinvolti rispondono con il linguaggio standard delle grandi opere: compensazioni, nuove piantumazioni — si parla persino di oltre 10 mila nuovi alberi, “12 per ciascuno tagliato”. Peccato che, nel mondo reale, un albero maturo non è un numero sostituibile con un altro numero: i servizi ecosistemici e la biodiversità non sono una ricevuta, e soprattutto non si ricostruiscono in tempi elettorali.
Sul piano economico, la pista è altrettanto eloquente: il progetto viene indicato intorno ai 118 milioni di euro. Lo dice la stessa SIMICO in un media kit, con una cifra precisa (118.424.000 euro) e la descrizione dell’intervento come “riqualificazione”. Reuters conferma l’ordine di grandezza (118 milioni) e ricorda che la scelta è stata controversa anche perché il CIO aveva suggerito di usare strutture già esistenti all’estero per contenere costi e tempi, mentre i critici temono un “white elephant”, un impianto costosissimo da mantenere e poco utilizzato dopo i Giochi.
Persino l’iter politico-amministrativo è parte della storia: la definizione come “riqualificazione” è stata contestata da analisi e reti civiche che sostengono abbia contribuito a evitare passaggi più stringenti della Valutazione di Impatto Ambientale, o comunque a trattare l’opera come meno “nuova” di quanto sia nei fatti. E nei fatti, infatti, si è intervenuti dove sorgeva la vecchia pista Eugenio Monti, ma con demolizioni e ricostruzione sostanziale: una pista “nuova” nel corpo di una “vecchia”, perfetta per la retorica e per l’ambiguità.
È qui che la critica “sociale” smette di essere un discorso astratto e diventa una domanda diretta: se spendiamo 118 milioni per una singola infrastruttura contestata, in un territorio fragile, con un impatto ambientale trasformato in simbolo, quale sarebbe il ragionamento se quegli stessi standard di urgenza e determinazione venissero applicati alla casa, alla cura, ai servizi? Perché è questo il punto: la modalità emergenza funziona benissimo quando deve funzionare per i cantieri. Per la povertà, invece, l’emergenza è sempre “complessa”.
E attenzione: non è solo una questione di sensibilità. È una questione di controllo. Quando muovi miliardi, il tema non è “fidarsi”: è rendere conto. La Corte dei conti ha richiamato l’attenzione sul monitoraggio dell’impiego delle risorse e delle tempistiche per opere infrastrutturali legate a Milano-Cortina (Delibera 68/2025/G). Non è una nota a piè pagina: è il promemoria istituzionale che i grandi eventi, in Italia, non possono vivere di storytelling. Devono vivere di dati aggiornati e leggibili, altrimenti il “lascito” diventa un debito: economico, ambientale, sociale.
E allora arriviamo alla domanda finale, quella che dovrebbe chiudere ogni talk show prima ancora dei video emozionali: cosa resta agli abitanti di tutti questi soldi spesi? Resta un sistema di trasporti davvero migliore per chi si sposta ogni giorno o solo una somma di interventi “legacy” che legacy lo diventano solo a parole?
Resta una montagna più vivibile per i residenti o una montagna più cara, più turistica, più difficile da abitare? Resta lavoro stabile o lavoro da cantiere e da evento, e poi il vuoto? Resta un patrimonio di impianti sostenibili o una lista di manutenzioni che nessuno vorrà pagare quando le telecamere saranno già altrove?
Le Olimpiadi sono belle, sì. Ma se alla fine restano soprattutto rendite private e costi pubblici, allora non è più una festa: è un modello. E se quel modello, mentre finanzia la vetrina, lascia i fragili a fare la fila con fondi da milioni, allora non stiamo discutendo di sport. Stiamo discutendo di che Paese siamo diventati.


