Stiamo assistendo ormai da anni ad un forte surriscaldamento delle città, certo dovuto anche alla cementificazione del territorio, all’abbattimento di alberi spesso non sufficientemente sostituiti, a elevata produzione di CO2. Le nostre città, e i residenti, lo abbiamo visto anche in questi primi giorni di luglio del 2025, sono sotto scacco per temperature molto alte con gradi di umidità elevati e come contraltare nubifragi.
L’emergenza climatica, che è da sconsiderati negare, provoca effetti anche di natura socio economica e provoca ulteriori forme di disuguaglianza, da più parti definita “povertà da raffrescamento”. Del riscaldamento elevato parla lo SNPA – Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente che ha registrato l’anno 2024 come l’anno più caldo tra quelli da loro monitorati.
Lo Snpa afferma che nel 2024 in Italia sono stati raggiunti due nuovi record: +1,33 gradi per la temperatura media e +1,40 gradi per la temperatura minima, rispetto alla media di riferimento degli anni dal 1991 al 2020.
Addirittura nel febbraio 2024, si sono registrati +3,15 gradi. Questi dati sono simili a quelli registrati negli altri Paesi europei e l’Europa ha il “triste” record di un riscaldamento che ha un ritmo pari al doppio del resto del mondo.
Gli effetti del riscaldamento e degli effetti legati al meteo si riversano e si evidenziano anche sul lato economico, nel 2023 le perdite nei 38 Paesi europei, a causa degli eventi dovuti a cambiamenti climatici, sono state di oltre 45 miliardi di euro.
Secondo un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, le perdite economiche totali dovute a eventi meteorologici e climatici tra il 1980 e il 2023 hanno superato i 670 miliardi di euro tra i 38 Paesi membri e cooperanti della rete dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Eionet (27 membri UE con Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera e Turchia più i sei cooperanti Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia).
Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente le perdite economiche dovute a eventi climatici sono state più elevate negli ultimi 25 anni in Germania, Italia, Francia e Spagna. Mentre le perdite pro-capite maggiori risultano sostenute dalla Slovenia. Tra le principali cause di danni derivanti da eventi legati ai cambiamenti climatici figurano alluvioni, tempeste, vento e grandine.
Anche il costo in vite umane è stato elevato la maggior parte dei decessi tra il 1980 e il 2023 è stata causata da anomale ondate di calore, di freddo, siccità e incendi boschivi.
Come si contrasta il caldo asfissiante che anche in questo 2025 sta facendo vedere i suoi effetti? In particolare con i condizionatori, ma qui si evidenzia un ulteriore elemento di disuguaglianza, tenuto conto dei costi energetici derivanti dai condizionatori che non tutti si possono permettere
Secondo uno studio di ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici- CMCC e dell’Università Ca’ Foscari Venezia, l’utilizzo dei condizionatori aumenta del 36% i consumi elettrici.

La stessa ricerca che è stata condotta in 25 Paesi, che rappresentano il 62% della popolazione mondiale e il 73% dei consumi elettrici globali, ha evidenziato che le famiglie a basso reddito nei Paesi in via di sviluppo usano fino all’8% del loro reddito disponibile per il raffreddamento, mentre quelle ad alto reddito spendono solo tra lo 0,2% e il 2,5% rispetto al loro disponibilità economica, per l’uso dell’aria condizionata.
Ma non finisce qui secondo la ricerca l’uso dei condizionatori passerà dall’attuale media globale del 28% al 41-55% entro il 2050 e nel futuro la possibilità di accesso all’aria condizionata, produrrà ulteriore disuguaglianza tra i vari Paesi e nei vari Paesi.
Nei Paesi del continente Africano si registreranno tassi di diffusione tra il 9% e il 15%, ben al di sotto della media globale. Ma l’aumento della produzione di aria condizionata significa, anche, produrre più CO2.
Si è calcolato che il consumo elettrico dei condizionatori potrebbe raggiungere dai 976 ai 1.393 TeraWattora all’anno nel settore residenziale, questo significherebbe generare ulteriori tra i 670 e i 956 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, ovvero le emissioni annuali di nazioni industrializzate, come la Germania o l’Indonesia.
Il caldo quindi produce effetti sociali che oggi sono ancora poco avvertiti e sui quali non si è ancora sviluppata una sensibilizzazione adeguata. In questo modo si dà vita al fenomeno nuovo e in aumento, della cooling poverty, la povertà da raffrescamento, ovvero l’incapacità di un sufficiente raffrescamento che produce anche pesanti conseguenze sanitarie.
Se guardiano ai Paesi in via di sviluppo, che hanno redditi bassi per il proprio raffrescamento anche a tutela della salute significherà assumere pesanti oneri di spesa per ottenere un livello accettabile di comfort termico, alimentando lo spettro della cooling poverty.
I ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici- CMCC e dell’Università Ca’ Foscari Venezia, hanno dimostrato come la cooling poverty sia un indicatore emergente della povertà energetica in un clima che si riscalda, colpendo in particolare le popolazioni vulnerabili nelle regioni in via di sviluppo.
Questo dovrebbe portare ad un incremento dell’impegno nello sviluppo delle energie rinnovabili, che potrebbero contribuire non solo a diminuire la domanda di elettricità per il raffreddamento. Già oggi le famiglie che vivono in aree con maggiore produzione fotovoltaica hanno un consumo di elettricità per il raffreddamento inferiore del 25% fatto che si riverbera sia sui costi, che su una migliore qualità della vita.
In Italia per esempio servirebbe un grande piano straordinario di efficentamento energetico degli immobili e a dare vita su tutto il territorio nazionale a comunità energetiche rinnovabili solidali. In Italia dal Pnrr sono arrivarti 1,4 miliardi di euro per programmi di efficentamento energetico nelle case popolari, l’augurio è che in Italia si sia capaci di usarli al meglio.



