In Italia l’Azerbaigian è quasi sempre una sagoma lontana, ridotta a poche parole chiave: gas, oleodotti, Nagorno Karabakh. Di quello che accade dentro il Paese – opposizioni, processi, carceri, repressione – arriva poco o nulla. Per questo l’arresto di Ali Karimli, uno degli ultimi leader d’opposizione ancora in libertà, rischia di passare come una notizia qualunque nel flusso dell’estero. Non lo è affatto.
Sabato 29 novembre i servizi di sicurezza dello Stato azero hanno fatto irruzione nell’appartamento in cui Karimli vive a Baku con la moglie e il figlio dodicenne. L’abitazione è stata perquisita a lungo; nello stesso momento un’altra perquisizione veniva condotta nella casa di Mammad Ibrahim, dirigente del Fronte Popolare dell’Azerbaigian, anche lui arrestato.
Intorno al palazzo di Karimli la polizia ha controllato gli accessi, con testimonianze che parlano di connessioni telefoniche e internet interrotte e divieto di avvicinarsi all’edificio. Il leader dell’opposizione è stato portato nella sede dei servizi, interrogato, riportato brevemente a casa per assistere al proseguimento della perquisizione e poi di nuovo trasferito in custodia. Di accuse formali, al momento, è trapelato pochissimo.
Per capire il peso di questo arresto bisogna prima di tutto guardare al contesto politico in cui avviene. L’Azerbaigian è una repubblica presidenziale affacciata sul Mar Caspio, ex repubblica sovietica, governata da oltre vent’anni dalla stessa famiglia. Dopo la stagione di transizione dei primi anni Novanta, il potere è tornato nelle mani di Heydar Aliyev, ex alto dirigente sovietico e uomo dei servizi, e alla sua morte è passato al figlio Ilham, che guida il Paese dal 2003.
Le elezioni organizzate in questi anni sono state regolarmente contestate dagli osservatori internazionali, fra denunce di brogli, pressione sugli elettori, esclusione di candidati sgraditi. La stampa indipendente è stata progressivamente smantellata; giornalisti, blogger, attivisti per i diritti umani e oppositori politici hanno conosciuto arresti, processi dalle accuse opache, condanne pesanti.
In parallelo, il regime ha costruito la propria immagine esterna sulla promessa di stabilità e sulla gestione delle risorse energetiche. Il gas azero è diventato un tassello importante della strategia europea di diversificazione dopo la rottura con la Russia in seguito alla guerra in Ucraina.
Oleodotti e gasdotti che attraversano il Caucaso e la Turchia portano a Bruxelles l’immagine di un partner “affidabile”, pronto a garantire forniture in cambio di investimenti e riconoscimento politico. Sulla bilancia, le violazioni dei diritti interni e il soffocamento dell’opposizione pesano poco.
Dentro questa cornice si colloca la storia di Ali Karimli. Sessant’anni, formazione giuridica, Karimli è una delle figure simbolo del Fronte Popolare che, alla fine degli anni Ottanta, guidò le manifestazioni per l’indipendenza e per maggiori libertà democratiche.
In quel periodo fu alla testa di un movimento studentesco chiamato “Yurd”, poi ricoprì incarichi politici di primo piano nella breve stagione del governo di opposizione seguito al crollo sovietico, arrivando anche a fungere da segretario di Stato. Con il ritorno degli Aliyev al potere, Karimli ha scelto di restare nel Paese e di continuare a guidare il Fronte Popolare dell’Azerbaigian come forza di opposizione democratica.
Da anni vive sotto stretta sorveglianza. È stato ripetutamente fermato, interrogato, aggredito da sconosciuti mai davvero identificati; gli è stato ritirato il passaporto, di fatto impedendogli di lasciare il Paese. Diversi membri del suo partito sono finiti in carcere con accuse comuni che vanno dalla detenzione di droga alla violazione dell’ordine pubblico, mentre altri hanno scelto l’esilio per evitare guai peggiori. In un panorama politico in cui molti oppositori sono stati neutralizzati o costretti al silenzio, Karimli è rimasto uno dei pochi volti riconoscibili del dissenso interno.

Proprio per questo il suo arresto ha un valore che va oltre il singolo nome. Arriva in un momento in cui il potere sta riscrivendo una nuova narrazione di “complotto interno”. I media vicini al governo collegano infatti la vicenda a una presunta trama orchestrata intorno alla figura di Ramiz Mehdiyev, ottantaseienne ex uomo forte del regime, per anni capo dell’amministrazione presidenziale e considerato a lungo il “cardinale grigio” del sistema.
Oggi Mehdiyev è agli arresti domiciliari, accusato di alto tradimento e di aver tentato, secondo la versione ufficiale, di usurpare il potere. Dentro questa storia, che mischia lotte di palazzo e regolamenti di conti, l’arresto di Karimli viene presentato come parte di una rete di cospiratori che avrebbe cercato di indebolire la leadership di Ilham Aliyev.
L’idea che un uomo cresciuto dentro l’apparato, come Mehdiyev, si trasformi improvvisamente nel burattinaio dell’opposizione democratica è, quanto meno, difficile da prendere alla lettera. Ma il punto è un altro: la vaghezza delle accuse, la mancanza di elementi resi pubblici, il ruolo dei servizi di sicurezza come attori centrali in una vicenda che riguarda un leader politico. Tutti tratti tipici dei regimi autoritari, dove l’accusa di complotto serve soprattutto a giustificare un ulteriore giro di vite e a mandare un messaggio a chiunque pensi di alzare la testa.
Negli ultimi anni, intanto, l’opposizione legale è stata svuotata dall’interno. Molti partiti sono stati cooptati o ridotti a comparse decorative nelle elezioni. La società civile è nel mirino: le leggi che regolano il finanziamento delle ONG rendono quasi impossibile ricevere sostegno dall’estero.
Redazioni indipendenti sono state chiuse o costrette a trasferirsi fuori dal Paese; chi denuncia la corruzione o contesta le scelte del governo rischia incriminazioni per evasione fiscale, contrabbando, terrorismo. Dopo la riconquista militare del Nagorno Karabakh, nel 2023, la repressione si è fatta ancora più dura nei confronti di chi osava criticare la linea dura del governo o chiedere garanzie per la popolazione armena.
In questo clima, la figura di Ali Karimli aveva un significato preciso: dimostrare che esiste ancora la possibilità di fare opposizione dall’interno, di contestare il potere senza andare in esilio, di rivendicare elezioni autentiche e libertà civili. Portarlo via di casa, davanti alla famiglia, circondando il palazzo e isolandolo dal mondo esterno, significa dire pubblicamente che nemmeno quella minima soglia di tolleranza è più garantita.
L’eco internazionale, per ora, è debole. I governi europei continuano a parlare dell’Azerbaigian come di un partner strategico nel Caucaso e sul mercato dell’energia. Le dichiarazioni ufficiali insistono sulla stabilità, sugli accordi commerciali, sulla cooperazione in materia di infrastrutture. Si evita, quasi sempre, di nominare i prigionieri politici, le redazioni chiuse, i processi-farsa a carico di blogger, giornalisti, attivisti ecologisti. Quando si parla di Baku sulle prime pagine, in genere è per le tensioni con l’Armenia, per le offensive militari o per le rotte del gas, non per la sorte di chi rischia il carcere per aver chiesto elezioni libere.
Eppure è proprio qui che si gioca una parte del nostro rapporto con quel Paese. Continuare a descrivere l’Azerbaigian solo come “fornitore affidabile” significa accettare che il prezzo della stabilità sia pagato da chi finisce in cella o viene ridotto al silenzio. Significa considerare normale che un leader d’opposizione, già privato del passaporto e assediato da anni, venga accusato di trame oscure senza che vi sia alcuna possibilità di verifica indipendente.
Sul piano interno, l’arresto di Karimli indebolisce ulteriormente la già fragile possibilità di costruire un’alternativa politica. Molti che finora avevano provato a organizzare proteste o movimenti rischiano di leggere questo episodio come l’ennesima prova che ogni tentativo di dissenso alla luce del sole è destinato a finire in un’aula di tribunale o in una cella. Sul piano internazionale, la sua vicenda mette davanti a una domanda scomoda: fino a che punto possiamo continuare a considerare “normale” un partner che elimina uno dopo l’altro tutti i protagonisti dell’opposizione e riduce lo spazio pubblico a un monologo?
Ali Karimli, per chi guarda da lontano, potrebbe sembrare solo un nome in una breve di cronaca estera. In realtà è il simbolo di un sistema che non tollera più neppure la presenza, pur marginale, di un’opposizione organizzata. Raccontare la sua storia, provando a spiegare che Paese è l’Azerbaigian e come si è arrivati fin qui, è un modo per restituire un po’ di realtà a un luogo che di solito vediamo solo come un punto sulla mappa dei gasdotti. E per ricordare che dietro ogni accordo “strategico” ci sono vite molto concrete, spesso sacrificate in nome della stabilità.


