Asia Centrale: la miopia della Banca Mondiale sulle imprese

In Europa orientale e Asia centrale, troppe piccole imprese e troppo poca crescita. È questa, in sintesi, la diagnosi della Banca Mondiale nel suo recente rapporto Accelerating Growth through Entrepreneurship, Technology Adoption, and Innovation, dedicato ai Paesi dell’area ECA (Europe and Central Asia). Il documento mette sotto la lente d’ingrandimento economie come Georgia, Armenia, Kirghizistan e Kazakistan, che pur presentando un alto numero di imprese pro capite, mostrano livelli relativamente bassi di produttività e occupazione.

Un dato su tutti: la Georgia ha una densità imprenditoriale simile a quella della Finlandia, ma le sue imprese impiegano in media un terzo in meno di lavoratori rispetto a quelle finlandesi. Simili osservazioni vengono fatte per il Kirghizistan, dove le imprese, pur numerose, generano un valore aggiunto molto inferiore a quello delle loro controparti in Europa occidentale. Secondo il rapporto, le piccole imprese dell’area ECA (10–49 dipendenti) generano in media solo il 30–80% del valore prodotto da un lavoratore tedesco, e in alcuni casi, come il Kirghizistan, la percentuale scende al 10–40%.

Le ricette della Banca Mondiale: meno frammentazione, più scala
Il nodo centrale individuato è la mancanza di imprese medie e grandi capaci di generare occupazione e competere ai massimi livelli di produttività globale. Negli Stati Uniti o in Germania, circa il 75% dei lavoratori è impiegato in medie o grandi imprese. Nelle economie ECA, la percentuale si ferma al 40-50%. Per la Banca Mondiale, è un chiaro indicatore di un’economia che “non riesce a scalare”.

Tra le soluzioni proposte:

Maggiore accesso a capitale di rischio e credito bancario.

Riforme per snellire la regolamentazione e favorire l’adozione di tecnologie.

Collegamenti più stretti tra ricerca pubblica e imprese private.

Apertura commerciale e concorrenza internazionale, per incentivare l’innovazione.

Investimenti diretti in capitale umano, competenze manageriali e infrastrutture digitali.

Il Kazakistan, ad esempio, viene citato come caso positivo parziale, per via delle sue politiche di attrazione di capitale estero e per alcuni strumenti di sostegno all’innovazione. Ma resta un’eccezione. In generale, i paesi ECA investono meno rispetto ad altri paesi a medio reddito del mondo: la formazione lorda di capitale fisso è sistematicamente inferiore, un dato che segnala una difficoltà strutturale nell’ampliare e modernizzare il tessuto produttivo.

Ma davvero il problema è “troppa impresa”? Una critica al modello
La fotografia scattata dalla Banca Mondiale è accurata nei dati, ma la diagnosi è discutibile, e la terapia rischia di ignorare le cause profonde. Il problema non è che ci siano “troppe” piccole imprese, ma che ci siano troppi ostacoli sistemici alla crescita. Di seguito, alcuni punti chiave.

Il contesto viene prima della scala
Pensare che basti spingere le imprese a crescere di dimensione per migliorare produttività e occupazione è una semplificazione pericolosa. In contesti dove:

il credito è difficile da ottenere,

le regole sono opache,

i contratti non sono tutelati,

lo Stato è assente o inefficiente,

La frammentazione del tessuto imprenditoriale non è un problema, è una strategia di sopravvivenza. Le piccole imprese sono resilienti, agili, adattabili. Non crescono perché non conviene, non perché manchino ambizioni.

L’economia informale distorce le letture aggregate
In molti dei Paesi considerati, una parte significativa dell’attività economica è sommersa o semiformalizzata. Imprese che non assumono ufficialmente, che evitano la fiscalità per necessità, che lavorano con margini minimi in mercati non protetti. La “bassa produttività” rilevata nei dati formali non cattura l’intero quadro. Serve un’analisi qualitativa, che includa le reti informali e il valore economico (e sociale) che producono.

L’innovazione non è solo tecnologica, è organizzativa e sociale
Il rapporto insiste molto sull’adozione tecnologica come motore della produttività. Ma nei contesti a basso capitale, l’innovazione assume spesso forme diverse: processi adattivi, reti locali, modalità di scambio alternative, gestione creativa della scarsità. Queste forme di “micro-innovazione” sono decisive, ma invisibili nei radar della Banca Mondiale, che usa metriche pensate per economie mature e strutturate.

Il vero assente: una politica industriale locale
Il rapporto propone riforme orizzontali e apertura ai mercati globali. Ma senza una strategia locale di sviluppo settoriale e territoriale, questi interventi rischiano di rafforzare chi è già forte (grandi imprese estere o capitali consolidati) e di marginalizzare ulteriormente il tessuto imprenditoriale esistente. Serve una politica industriale che investa in infrastrutture, reti produttive e filiere locali, non solo nel “contesto favorevole” per pochi.

Non servono meno piccole imprese, servono più diritti e più fiducia
In ultima analisi, il problema non è la quantità di piccole imprese, ma la qualità del contesto in cui operano. Se il rischio d’impresa è tutto a carico dell’individuo, se lo Stato non garantisce condizioni minime di credito, sicurezza e legalità, non è realistico aspettarsi crescita o innovazione. Il tessuto economico dei Paesi ECA ha bisogno di investimenti pubblici, protezione sociale, e soprattutto fiducia nelle istituzioni. Solo così si potrà trasformare la microimprenditorialità diffusa in una vera leva di sviluppo.

mmagine: IloAsiaPacific Licenza: CC-BY-NC-ND 2.0