Sembra quasi che in questi giorni ci siano più deputati AfD negli Stati Uniti che nel Bundestag. Kay Gottschalk è già lì, Beatrix von Storch pure, insieme a una manciata di parlamentari federali e regionali in fila per il loro giro d’onore Oltreoceano.
Il pretesto è sempre nobile – incontri, gala, dialogo transatlantico – ma la sostanza, come la racconta la taz, è più semplice: un partito sotto osservazione in Germania cerca legittimazione politica a Washington, e la trova esattamente nel lato più estremista del trumpismo.
La foto di stretta attualità è Markus Frohnmaier, vicecapogruppo AfD al Bundestag e capolista nel Baden-Württemberg, in viaggio per New York a spese dei contribuenti tedeschi.
Sabato sarà ospite d’onore del New York Young Republican Club, oggi una delle roccaforti del movimento MAGA, dove riceverà un premio intitolato ad Allen Dulles per il suo “coraggioso lavoro” in quello che viene descritto come un ambiente “oppressivo” in Germania. I giovani repubblicani spiegano che vogliono così sostenere un “nuovo ordine civile” in Germania.
Non è solo folklore di destra. Nelle chat interne di quello stesso club – rivelate nelle scorse settimane da Politico – circolavano fantasie su camere a gas per gli oppositori, nemici bruciati vivi, inni a Hitler e contenuti razzisti indistinguibili da quelli di certe chat di AfD.
In mezzo a questa immondizia spunta perfino uno slogan: “AfD before all”. E non è la prima volta che gli ospiti tedeschi si sentono di casa: a ottobre, sempre al gala dei giovani repubblicani, due parlamentari AfD hanno intonato la prima strofa dell’inno tedesco, quella che i nazisti usavano come bandiera, tra birre tedesche e selfie.
Il gruppo parlamentare AfD conferma che voli intercontinentali e alberghi di questa “offensiva transatlantica” sono pagati con fondi del Bundestag. In cambio, il partito spera di ottenere due cose: visibilità nella bolla MAGA e, soprattutto, un sigillo politico da spendere a casa, contro l’isolamento imposto dal cosiddetto firewall tedesco. Non è turismo ideologico: è un investimento su un alleato al governo a Washington.
Per capire fino a che punto questa operazione è già andata avanti, bisogna risalire di qualche mese. A febbraio, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il vicepresidente USA J.D. Vance ha tenuto il discorso più ostile all’Europa mai pronunciato da un alto rappresentante americano in quella sede: ha parlato di “minaccia dall’interno”, ha messo in dubbio che i valori europei meritino di essere difesi, ha attaccato frontalmente le politiche su migrazione e libertà di espressione.
Nello stesso contesto ha scelto di incontrare Alice Weidel, co-leader AfD, rompendo un tabù che finora anche i repubblicani trumpiani avevano rispettato: nessun contatto diretto con un partito che l’intelligence tedesca classifica come estremista in parti significative.
Vance non si è limitato alla stretta di mano. Nel suo attacco al “cordone sanitario” europeo ha criticato apertamente il firewall tedesco che tiene AfD fuori da qualsiasi coalizione di governo, presentandolo come una violazione della reale volontà degli elettori.
In termini politici, l’amministrazione Trump ha detto a voce alta ciò che AfD ripete da anni: il partito sarebbe vittima di un complotto dell’élite e andrebbe “normalizzato”. La foto con il vicepresidente, per Weidel, è esattamente questo: una patente di rispettabilità da opporre ai servizi di sicurezza e ai partiti tradizionali a Berlino.
A settembre, il passo successivo: Beatrix von Storch vola a Washington con il dirigente AfD Joachim Paul, già escluso da una candidatura locale per dubbi sulla sua lealtà alla Costituzione tedesca. Non si fermano a un think tank o a un club di partito: entrano nel complesso della Casa Bianca e incontrano funzionari dell’ufficio del vicepresidente, del Dipartimento di Stato, del Consiglio di sicurezza nazionale.
È un livello diverso: non più solo foto con figure di partito, ma colloqui riconosciuti con l’apparato della politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti.

Nel frattempo, dal lato del Congresso, l’ala MAGA si muove in parallelo. La deputata repubblicana Anna Paulina Luna ha invitato una grande delegazione AfD a Washington, con Weidel in testa: sui social la cosa è circolata come “invito di Trump”, tanto che Euronews ha dovuto spiegare che la firma è “solo” di una congresswoman.
Ma dal punto di vista di AfD conta il dato formale: c’è un ramo del Congresso, legato direttamente al trumpismo, che apre la porta a un partito inchiodato in Germania dal monitoraggio dei servizi di sicurezza.
Sul tutto si stende, a dicembre, la nuova Strategia di sicurezza nazionale firmata dalla Casa Bianca. Il documento descrive l’Unione europea come un motore di “cancellazione civilizzazionale” attraverso l’immigrazione e le politiche progressiste, e arriva a scrivere che gli Stati Uniti devono “coltivare resistenza all’interno delle nazioni europee” e sostenere la “crescente influenza dei partiti patriottici europei”.
È un testo ufficiale, non un editoriale, che parla il linguaggio delle destre radicali europee e lo trasforma in linea di governo.
Non serve molta fantasia per capire chi rientra in quei “partiti patriottici”: AfD in Germania, ma anche altre formazioni che contestano l’UE dall’interno. Il messaggio verso Berlino è chiaro: per la Casa Bianca trumpiana, AfD non è una minaccia alla democrazia ma un alleato utile a “correggere la traiettoria” europea. Il messaggio verso AfD è ancora più semplice: non siete soli, avete un patrono al governo negli Stati Uniti.
Ciò che la taz fotografa oggi – nazionalisti tedeschi in pellegrinaggio dai giovani repubblicani che fanno battute sulle camere a gas e inneggiano a Hitler – è solo la parte più grottesca di un disegno più ampio.
Dietro il folklore dei “nazistelli” in giacca e cravatta c’è un gemellaggio politico strutturato: un partito che in Germania vive una parziale messa al bando di fatto cerca protezione e visibilità all’estero; un’amministrazione americana che ha dichiarato l’UE nemico ideologico principale ha bisogno di forze interne per indebolirla, e trova in AfD un partner ideale.
La differenza rispetto al passato è di grado e di qualità. Che l’estrema destra tedesca avesse legami con l’estrema destra americana non è una novità: da anni circolano fondazioni, think tank, ospitate reciproche. Ma qui non siamo più nel non profit o nell’attivismo di base.
Siamo agli incontri in conferenza di sicurezza con il vicepresidente, alle visite ufficiali nel compound della Casa Bianca, a una strategia di sicurezza nazionale che fa eco all’immaginario del “grande rimpiazzamento” e invita apertamente a sostenere la “resistenza” dei patrioti europei.
Per un’Europa che si illudeva che il problema nazista fosse confinato nelle proprie periferie interne, questa è una porta spalancata: i neonazisti di casa trovano uno sponsor istituzionale all’estero, e i neonazisti d’oltreoceano trovano in Europa un campo di gioco per mettere in pratica la loro guerra culturale.
Chi pensava che il firewall tedesco potesse bastare a contenere AfD si ritrova a fare i conti con un’influenza esterna che lavora esattamente per eroderlo.
Chiamarlo “gemellaggio tra nazistelli” può sembrare brutale, ma restituisce la sostanza: non è solo un circuito di simpatia ideologica, è un corridoio di legittimazione reciproca tra chi, dentro i confini tedeschi, vuole riportare la destra estrema al centro del sistema, e chi, dalla Casa Bianca, ha deciso che per indebolire l’Europa conviene appoggiarsi ai suoi peggiori fantasmi.
L’Europa dei nazisti interni ed esterni non è uno slogan: è un rischio politico concreto, che oggi passa anche per le foto sorridenti a New York e per i premi a Markus Frohnmaier in sale dove qualcuno, fino a ieri, scherzava sulle camere a gas.



