Negli ultimi anni, l’accumulo di energia per la rete elettrica è diventato uno dei settori tecnologici più dinamici e promettenti al mondo. Secondo l’International Energy Agency, nel 2025 saranno installati a livello globale circa 80 gigawatt di nuovi sistemi di accumulo, otto volte la capacità aggiunta nel 2021.
In parallelo, l’Italia si prepara a un salto epocale: dagli attuali 1,74 GW di capacità di stoccaggio si punta a raggiungere i 10 GW entro il 2030, in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dal Piano Nazionale Energia e Clima.
La crescita degli accumuli è trainata da almeno quattro fattori principali. Il primo è l’espansione delle fonti rinnovabili, soprattutto solare ed eolico, che essendo intermittenti richiedono sistemi di stoccaggio capaci di garantire la continuità della fornitura elettrica.
Il secondo elemento è il drastico calo dei costi: dal 1991 a oggi, il prezzo delle batterie agli ioni di litio è crollato del 97%, raggiungendo circa 140 dollari per chilowattora.
Il terzo impulso viene dall’impennata dei consumi legati all’intelligenza artificiale, che spinge i colossi tecnologici a dotarsi di sistemi di accumulo efficienti e scalabili.
Infine, si stanno affacciando sul mercato innovazioni che promettono di superare i limiti delle batterie tradizionali, dalle batterie allo stato solido ai sistemi di accumulo basati su CO₂ compressa o aria compressa.
L’impatto economico di questa tecnologia è già significativo e destinato a crescere rapidamente. A livello globale, l’accumulo energetico rappresenta oggi una componente strategica per l’integrazione delle rinnovabili e la stabilizzazione delle reti elettriche.
In Italia, la capacità installata copre ancora una parte marginale della domanda, ma le previsioni indicano una crescita esponenziale nei prossimi cinque anni. Il rapporto costo-benefici è sempre più favorevole: da un lato i costi di installazione si sono abbattuti grazie alla sovracapacità produttiva cinese; dall’altro, l’accumulo consente di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, di abbattere le emissioni e di risparmiare sulle spese operative delle reti elettriche.
Dal punto di vista pratico, il funzionamento dell’accumulo energetico in Italia è strutturato su due livelli. A livello nazionale, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica definisce le regole di incentivazione e organizza aste pubbliche come il MACSE per attrarre investimenti nel settore.
Terna, gestore della rete di trasmissione, coordina i progetti di grande scala, integrando gli accumuli nella programmazione della sicurezza elettrica. A livello locale, invece, le installazioni si moltiplicano: imprese, famiglie e piccoli operatori possono accedere a bonus fiscali e incentivi per installare sistemi di accumulo integrati con impianti fotovoltaici o eolici. Esistono contributi a fondo perduto, IVA agevolata e detrazioni fiscali fino al 50% per favorire la diffusione anche su piccola scala.

Sul piano tecnico, l’accumulo tramite batterie agli ioni di litio resta la soluzione più diffusa. Il principio è relativamente semplice: l’energia elettrica viene trasformata in energia chimica e immagazzinata sotto forma di ioni nei materiali degli elettrodi; al momento del bisogno, il flusso degli ioni viene invertito per restituire energia elettrica alla rete.
Accanto alle batterie al litio, si stanno sviluppando tecnologie alternative: il sistema a CO₂ compressa, già operativo in Sardegna con Energy Dome, immagazzina anidride carbonica sotto pressione in grandi cupole bianche, rilasciandola quando serve per alimentare turbine elettriche. La canadese Hydrostor propone invece l’uso dell’aria compressa come fluido di lavoro, con progetti già in fase avanzata in Australia e California. Anche le batterie agli ioni di sodio e potassio, meno costose e più sicure, si preparano a entrare su larga scala nel mercato.
Dal punto di vista della proprietà industriale, il panorama è dominato dal settore privato. A livello internazionale, i principali protagonisti sono Tesla (USA), CATL (Cina), LG Energy Solution (Corea del Sud) e HiNa (Cina). In Italia, Energy Dome e Altea Green Power rappresentano due realtà emergenti, mentre NHOA Energy, controllata dal gruppo taiwanese TCC, si è aggiudicata contratti strategici per l’accumulo di rete.
Il ruolo del settore pubblico è prevalentemente quello di regista, attraverso incentivi economici e programmi di pianificazione energetica, ma la proprietà e la gestione operativa degli impianti restano quasi esclusivamente in mano privata.
Resta aperta la questione dell’approvvigionamento delle materie prime. Al momento, l’Italia non possiede miniere operative di litio, ma sono in corso esplorazioni in Lombardia (Sondalo) e nei bacini geotermici di Veneto ed Emilia-Romagna.
Il progetto più avanzato riguarda l’estrazione di litio da salamoie geotermiche, una tecnica innovativa che consente di ottenere il minerale a basso impatto ambientale. Se questi progetti avranno successo, potrebbero garantire una parte significativa del fabbisogno nazionale di litio entro il 2030.
L’accumulo di energia, insomma, è destinato a diventare un pilastro invisibile ma indispensabile della transizione ecologica: senza batterie e sistemi di stoccaggio efficienti, la promessa delle energie rinnovabili rischierebbe di infrangersi contro i limiti della loro stessa variabilità.
Accanto all’entusiasmo per le potenzialità dell’accumulo energetico, resta aperta una questione critica: che fine faranno le batterie a fine vita? Le batterie agli ioni di litio, oggi le più diffuse, hanno una durata operativa stimata tra 10 e 15 anni, dopodiché diventano un rifiuto pericoloso, difficile da smaltire e altamente inquinante se gestito in modo improprio.
Attualmente, il tasso di riciclo globale delle batterie al litio è molto basso: secondo un rapporto dell’International Energy Agency, solo il 5% circa delle batterie a fine vita viene effettivamente riciclato. Il processo è complesso e costoso, richiede impianti specializzati e tecnologie in grado di recuperare materiali preziosi come litio, cobalto e nichel senza disperdere sostanze tossiche nell’ambiente.
In Europa, nuove normative come il Regolamento Batterie dell’Unione Europea, entrato in vigore nel 2024, imporranno obblighi più stringenti: i produttori saranno responsabili della raccolta e del riciclo, con target minimi di recupero delle materie prime e criteri di progettazione delle batterie pensati per facilitarne lo smontaggio e il riutilizzo. In Italia, il settore del riciclo è ancora agli inizi, ma aziende come Italvolt e progetti pilota come quelli di Enea stanno lavorando per sviluppare filiere nazionali di riciclo efficiente.
Parallelamente, la ricerca si sta orientando verso batterie alternative, come quelle agli ioni di sodio e potassio, che contengono materiali meno critici e più facili da riciclare. Tuttavia, nel medio termine, il problema delle scorie da batterie al litio rimane un problema che accompagnerà l’espansione dell’accumulo energetico.



