giovedì, Febbraio 26, 2026

Abusi di polizia e impunità, un problema strutturale

La notizia dell’arresto di Carmelo Cinturrino, il poliziotto che ha sparato sul giovane Abderrahim Mansouri, uccidendolo, ha sortito l’effetto opposto a quello che ci si dovrebbe aspettare in un paese democratico. Piuttosto che aprire una discussione sul malfunzionamento delle forze dell’ordine, sugli abusi da loro commessi, regolarmente scanditi dalla cronaca, e approdare a una riflessione su possibili riforme, si è seguita la strada opposta.

La presidente del consiglio si oppone fieramente alla cancellazione, dal nuovo decreto sicurezza, degli articoli che garantiscono impunità alle forze dell’ordine per gli abusi commessi nell’esercizio delle loro funzioni. Un atteggiamento di principio, che mira a dimostrare che il governo non è subalterno alle richieste dell’opposizione.

Di metodo, ispirato al “noi tireremo dritto” dei suoi antenati ideologici. Strumentale, perché la premier sa bene che una buona parte del suo bacino elettorale è composto da poliziotti e carabinieri. Nonché da sostenitori sfegatati del suo approccio muscolare all’ordine pubblico.

Alla premier e al suo governo, però, contribuiscono a dare una mano i media, anche quelli indipendenti. I quali si affrettano a scavare, voyeuristicamente, nella biografia di Carmelo Cinturrino, a partire dal suo soprannome, Thor, derivante dal possesso di un martello che l’agente portava con sé nel corso delle missioni.

Si passa poi alle estorsioni ai danni dei pusher. Se aggiungiamo, come fanno tutti, che l’agente arrestato è siciliano, sembra quasi naturale pensare che avesse una normale propensione a delinquere attraverso l’utilizzo di metodi mafiosi.

Insomma, il mostro sbattuto in prima pagina, dipinto con tinte lombrosiane, che lo raffigurano come l’anomalia par excellence. E’ lui la mela marcia. Le forze di polizia italiane stanno bene. Proseguiamo con lo scudo penale, metodo surrettizio per aggirare il reato di tortura, faticosamente introdotto nel 2017, che la premier aveva promesso di cancellare.

L’atteggiamento che ci si sarebbe aspettati, avrebbe dovuto gravitare attorno a due domande? Cinturrino rappresenta un caso isolato? Possibile che usasse il martello in servizio, picchiasse, estorcesse, senza che nessuno ne sapesse niente? A queste due domande, né il governo, né l’opposizione, né la stampa indipendente hanno cercato, ancor meno fornito, una risposta.

Proviamo a farlo noi. L’omicidio di Rogoredo è tutt’altro che un caso isolato. Abbiamo avuto, nel periodo del Covid, il caso della caserma di Piacenza, coi Carabinieri che non soltanto controllavano lo spaccio, ma addirittura approfittavano della possibilità di girare liberamente nel periodo massimo di restrizioni per concludere affari legati al commercio delle sostanze stupefacenti.

E non disdegnavano, ad usare un eufemismo, di usare la forza con quegli spacciatori che non ottemperavano ai loro desiderata. Più recentemente, a Genova, alcuni esponenti della polizia urbana, sono stati denunciati da una loro collega perché arrestavano minori e li portavano in un posto sconosciuto, dove li picchiavano con un manganello e poi li minacciavano di mettergli addosso quantitativi importanti di droga, che loro custodivano in un apposito armadietto.

A meno che non volessero collaborare alla vendita. In mezzo c’erano stati i pestaggi di Verona, che si univano alla lunga scia di abusi che da anni sono venuti alla ribalta pubblica.

Quanto alla seconda domanda, risulta piuttosto singolare che i colleghi che adesso forniscono tutte le informazioni necessarie ad incriminare Cinturrino in sede giudiziaria, dal soprannome al possesso del martello, abbiano aspettato la morte di Abderrahim Mansouri per denunciare questi misfatti, e non lo abbiano fatto prima, internamente o attraverso una denuncia all’autorità giudiziaria.

Evidentemente, questi comportamenti, sono tollerati, considerati parte della routine di mestiere, finché, di fronte a un evento critico, che mette in imbarazzo lo stesso governo, per salvare la loro posizione e la loro incolumità, sono pronti a puntare il dito contro un collega.

Non è un esempio di responsabilità professionale, né di consapevolezza delle funzioni e della deontologia che la copertura di un ruolo pubblico richiede. Qui entra in gioco una variabile importante, la cultura, ovvero il significato che le forze dell’ordine attribuiscono al loro ruolo. Un aspetto che merita di essere analizzato attraverso la sovrapposizione di tre piani.

Il primo, riguarda la cultura delle forze di polizia italiane come aderenti al modello continentale. Si tratta di un approccio all’ordine pubblico elaborato e messo in pratica da Napoleone III in Francia, e in seguito riprodotto in Germania da Bismarck e in Italia dal neonato stato sabaudo.

Secondo il quale il pubblico non rappresenta la cittadinanza, beneficiaria dei servizi pubblici forniti dalla polizia, bensì una massa indefinita, immorale, pericolosa, a cui bisogna insegnare a comportarsi e a rispettare le regole.

L’asimmetria di partenza tra cittadini e forze di polizia, in questo schema, finisce per ampliarsi: alla disparità che sussiste tra chi è autorizzato a portare le armi e chi no, si sovrappone quella relativa al gap tra chi è depositario del bene e della morale comune e chi, potenzialmente, è portatore di disordini.

Nel caso italiano, l’accentuazione dell’imprinting etico, viene ulteriormente ampliata dal fatto che per vent’anni, le forze di polizia italiane, hanno operato sotto un regime autoritario, come il fascismo. Qui entriamo nel secondo aspetto, relativo alla formazione. La polizia italiana è stata smilitarizzata soltanto nel 1981.

I Carabinieri continuano ad essere un’articolazione dell’Esercito. La formazione dei nuovi effettivi, solo marginalmente riguarda il rispetto dei principi costituzionali. Continua ad essere effettuata sul campo, all’interno, ovvero lavorando fianco a fianco coi colleghi più anziani, che hanno svolto la loro formazione sotto l’egida di colleghi e superiori anziani, che si sono formati sotto la vecchia guardia, all’insegna dell’impronta napoleonica.

Si tratta di un punto nevralgico, da cui scaturisce la convinzione che i poliziotti, in quanto tutori della morale pubblica, sono posti sul piedistallo rispetto ai normali cittadini, dotati di potere discrezionale, per cui, come dice la premier, criticarli è pericoloso, perché la critica coinciderebbe con una contestazione col nucleo valoriale ed etico di cui sono depositari.

Foto Marcuscalabresus CC BY-SA 4.0

In altri termini, i poliziotti sono la legge, ma per esserlo debbono essere al di fuori della legge, pena l’inefficacia del loro operato. Per questa ragione non si volle creare una commissione di inchiesta sui fatti di Genova del 2001, si è tardato ad introdurre il reato di tortura, non è all’ordine del giorno l’istituzione di un organo ispettivo indipendente, come esiste per esempio in Inghilterra, che indaghi sugli abusi commessi dalle forze di polizia. Eppure è proprio all’ombra di questa opacità che possono verificarsi abusi come quello di Rogoredo.

Il terzo piano analitico, riguarda la cosiddetta cultura della legalità. Il ruolo nevralgico svolto dalle forze di polizia italiane nella lotta alla criminalità organizzata, al terrorismo, alla corruzione, si è sovrapposto alle emergenze che hanno scandito la storia nazionale, e che, specialmente dal 1989 in poi, sono state usate per coprire il vuoto progettuale trasversale a entrambi gli schieramenti.

In questo contesto, si è sviluppata un’approvazione acritica verso l’operato delle forze dell’ordine, che l’irrompere del securitarismo ha accentuato. Migranti, rom, sex workers, senzatetto, consumatori di sostanze, attivisti politici, sono diventati i bersagli principali di una società sempre più sfrangiata e sfibrata, di cui la repressione costituisce il principale collante.

Poliziotti e carabinieri, in quanto principale interfaccia del potere statale, hanno assimilato la cultura securitaria, ampliando la loro pretesa di impunità in nome della convinzione di incarnare la volontà del pubblico, artatamente rappresentata dai media e fatta propria dalle forze politiche.

A questo elemento, va aggiunta una peculiarità: da anni non si fanno concorsi per reclutare nuovi effettivi, preferendo piuttosto cooptare all’interno delle forze di polizia militari reduci da operazioni all’interno di scenari di guerra. Da un lato, il territorio, viene equiparato a uno scenario bellico da parte delle forze politiche.

Dall’altro lato, il passaggio dall’Afghanistan agli spazi urbani, non viene ammortizzato da alcun tipo di formazione specifica, orientata al governo della complessità, finendo per replicare pedissequamente lo stesso tipo di modus operandi senza alcuna distinzione.

Il caso Cinturrino non è isolato. Abbiamo a che fare con una pluralità di elementi che portano a pensare che non sarà l’ultima volta che ci occuperemo di un omicidio come quello di Rogoredo. E il triste rosario degli abusi è lì a dirci che le nostre paure sono fondate. Come abbiamo visto, i piani su cui lavorare, sono molti. Non abbiamo molta scelta o molto tempo, però. Ne va della tenuta delle istituzioni e del tessuto democratico.

Foto Davide Oliva CC BY-SA 2.0