La pena di morte in Giappone

di Elisa Benzoni

Il Giappone è uno degli ultimi paesi più industrializzati ad essere uscito dall’isolamento durante il 1800 e in virtù di una pressione esterna. È un fatto che è lì a dirci molte cose, ed è un punto da cui dovremo sempre partire per capire la distanza che c’è tra il nostro mondo e il loro. Una distanza di cui non avvertiamo mai la rilevanza nella vita reale. Questo vale in diversi campi ma anche su un tema che dovrebbe essere fondamentale nella analisi di un paese e della sua organizzazione: Il tema delle carceri e della pena capitale.

Il Giappone e gli Stati Uniti sono i soli due paesi del G7 che contemplano e comminano la pena di morte. Ma mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti, i riflettori rimangono accesi, in Giappone invece non accade nulla di tutto questo. Le pene sono assegnate nel silenzio, come i criteri di isolamento nelle carceri, come l’esecuzione capitale. L’ultima esecuzione nel luglio scorso, altre tre nel dicembre 2021. E nulla lascia presagire che la situazione andrà migliorando.

Sarebbero il 95 per cento i condannati confessi secondo una stima dell’Economist e addirittura il 99 per cento i casi che si concludono con una condanna. Percentuali (la cui validità è sostanzialmente confermata anche da Amnesty) che mostrano una condizione spaventosa e un sistema carcerario e giuridico su cui i giapponesi dovrebbero cominciare a farsi delle domande.

Un numero di confessioni così alto non può che voler dire che a confessare sono anche gli innocenti. Escludendo la tortura è evidente che esiste un meccanismo che spinge alla confessione. Si confessa spesso perché sottoposti a interrogatori svolti senza soluzione di continuità e senza la presenza costante degli avvocati. Durante i 23 giorni di fermo, prima del rinvio a giudizio, gli interrogatori sono numerosi ma solo 3 in presenza dei propri legali. Si confessa anche per compiacere il giudice, considerato una figura quasi sacra che esercita sul carcerato un timore reverenziale e una sudditanza psicologica. Una situazione in cui la confessione è un tributo al sistema stesso.

La percentuale dei condannati è anche lei spaventosa. Se il 99 per cento è condannato vuol dire che tutto il sistema è strutturato con questo fine. Un sistema funzionale all’efficienza, una speciale idea di giustizia che fa premio su tutto il resto, investigazione, arresto, interrogatori, processi e relative condanne. Si arriva a celebrare il processo, con tutti elementi che evitano il dibattito, la discrezionalità e il dubbio.

Il tutto ancora più privo di senso, perché in un contesto assolutamente invidiabile con uno dei più bassi tassi di criminalità al mondo e una microcriminalità praticamente inesistente, dove il reato più comune è il furto della bicicletta. Appare quindi assurdo che in questo quadro permanga la pena di morte e un sistema carcerario per certi aspetti medioevale. O meglio appare assurdo a noi. I giapponesi potrebbero giustificare la mancanza di reati proprio attraverso pena capitale e rigidità del sistema.

“I giapponesi pensano che chi delinque – ci spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Sezione Italiana – lo fa rompendo un patto sociale. È una chiusura mentale che non apre a nessun sentimento di pietas”.

Per questo il consenso alla pena di morte è ampio. Il sondaggio governativo che si svolge ogni cinque anni attesta che l’80,8 per cento è a favore della pena di morte (l’ultimo sondaggio è del 2019). Poi certo sulla modalità di realizzazione dei sondaggi e sulla validità del risultato si può discutere, anche partendo dal fatto come commenta Noury “che i risultati di un sondaggio risentono fortemente del momento in cui si decide di farlo e dai sentimenti dell’opinione pubblica in quel momento”. È un sistema vittimocentrico in cui lo stato è garante non di terzietà ma della difesa propria delle vittime.

Tutto il sistema si basa proprio su questi punti: patto sociale, sacralità della giustizia, efficienza del sistema. Un combinato disposto che non lascia spazio al condannato che merita sostanzialmente quel che vive. E nel braccio della morte si vive male soprattutto per l’isolamento inflitto per anni. Una esecuzione che avviene all’alba e che viene comunicata al condannato solo un’ora prima. Nessun incontro con i propri cari e nessuna possibilità di chiedere una revoca.

Altissimo infatti è per i condannati l’utilizzo degli psicofarmaci nell’attesa di una esecuzione di cui non si conosce la data se non, appunto, un’ora prima; quando vengono prelevati dalle loro celle incappucciati e condotti nella stanza dove avverrà l’impiccagione.
“Non possiamo combattere la pena di morte attraverso l’opinione pubblica e le associazioni (tra i quali quella di avvocati) sono troppo deboli per pensare di vincere una battaglia del genere – ci spiega Noury –. Quello che possiamo fare, e stiamo facendo, è cercare di smontare il sistema pezzo per pezzo. Combattere l’isolamento carcerario o la possibilità di incontrare i propri legali, ad esempio. Oppure cercare di sensibilizzare sui tempi di risposta, immotivatamente lunghissimi, per ottenere un nuovo processo. Poi c’è sempre da sperare di avere ministri della Giustizia sensibili al tema. Prima della strage nella metropolitana di Tokyo, nell’opinione pubblica nipponica stava maturando un sentimento di avversione alla pena capitale, tanto che per anni non ci furono esecuzioni. La strage rimise in discussione tutto”.

Secondo il rapporto sulla pena di morte di Amnesty International, il 2021 ha visto un aumento del ricorso alla pena di morte ma da parte di un limitato numero di paesi, 18: lo stesso numero del 2020, il più basso da quando l’organizzazione ha avviato il suo monitoraggio annuale. Amnesty International ha registrato un incremento del 20% nel numero di esecuzioni a livello globale, passate da almeno 483 nel 2020 ad almeno 579 nel 2021. Per rimanere nel consesso del G7: tre le esecuzioni in Giappone, undici negli Stati Uniti.

Elisa Benzoni

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by Peter Curbishley