Da qui alle elezioni politiche del 2027, le proposte economiche del campo largo saranno discusse, corrette, probabilmente modificate più volte. E non è detto che tutte sopravvivano alla trattativa per un programma comune. Tuttavia, mettendo insieme gli impegni illustrati da Elly Schlein all’assemblea nazionale del Pd e la proposta di Reddito di cittadinanza 2.0 del Movimento 5 Stelle, di cui ci eravamo occupati nelle scorse settimane, comincia a intravedersi almeno il tentativo di costruire un’alternativa economica e sociale al governo Meloni.
Non è poco, per una coalizione che finora ha dedicato molta più attenzione alla scelta del proprio candidato alla presidenza del Consiglio che alla definizione delle politiche con cui vorrebbe governare.
Prima di attribuire a queste proposte un significato che potrebbero non avere, occorre però chiarire due questioni.
La prima riguarda la loro effettiva capacità di modificare l’attuale indirizzo economico: siamo di fronte a un diverso modello di distribuzione delle risorse o soltanto a una versione socialmente più attenta delle politiche esistenti?
La seconda riguarda la compatibilità tra le ricette dei partiti che dovrebbero comporre l’alleanza. Perché un programma comune non nasce sommando le promesse di ciascuno, ma stabilendo quali obiettivi finanziare, con quali strumenti e, soprattutto, a quali altri impieghi delle risorse pubbliche rinunciare.
Schlein ha indicato nella sanità uno dei principali terreni di confronto. L’obiettivo è portare la spesa sanitaria pubblica al 7% del Pil, avvicinandola alla media europea indicata dal Pd. Il partito ha quantificato in almeno 20 miliardi le risorse aggiuntive necessarie per invertire la tendenza al definanziamento e rafforzare il Servizio sanitario nazionale.
Non si tratta dunque soltanto di un generico impegno a migliorare le prestazioni: la proposta prevede maggiori investimenti nelle strutture pubbliche, assunzioni, retribuzioni più adeguate per il personale e un riequilibrio del rapporto con la sanità privata. Un indirizzo che, se realizzato, comporterebbe una scelta distributiva riconoscibile, perché la disponibilità di servizi pubblici incide direttamente sulle spese che le famiglie devono sostenere per curarsi.
Sul lavoro, la segretaria democratica insiste invece sulla perdita di potere d’acquisto dei salari, sulla precarietà e sulla necessità di contrastare lo sfruttamento. Richiama la crescita dei prezzi alimentari e contesta la lettura governativa dei risultati occupazionali, osservando che il numero degli occupati non basta a descrivere la qualità del lavoro.
Sono considerazioni che trovano un riscontro particolarmente significativo nell’ultima rilevazione Istat sulla povertà: nel 2025 il 14,3% delle famiglie la cui persona di riferimento è un operaio o assimilato si trova in povertà assoluta. Il lavoro, insomma, non garantisce più automaticamente la sicurezza economica.
Ma è proprio qui che il confronto con il Movimento 5 Stelle diventa interessante. Il Reddito di cittadinanza 2.0 proposto da Conte affronta un problema diverso, benché collegato: quello di chi non dispone di un reddito sufficiente indipendentemente dalla propria collocazione nel mercato del lavoro.
La proposta prevede una soglia di 6.500 euro annui, un’integrazione fino a 3.640 euro per le spese abitative e l’estensione della protezione agli adulti considerati occupabili che oggi possono rimanere esclusi dall’Assegno di inclusione. Comprende inoltre incentivi alle assunzioni e strumenti di accompagnamento al lavoro, sui quali avevamo già sollevato diversi interrogativi.
Le due impostazioni non sono necessariamente incompatibili. Al contrario, potrebbero risultare complementari: il Pd punta a rafforzare salari, servizi pubblici e qualità dell’occupazione; il M5S propone di ripristinare una protezione economica più ampia per chi rimane escluso o dispone di risorse insufficienti. Il problema nasce quando si passa dai principi alla loro applicazione.
Un trasferimento monetario contro la povertà deve essere finanziato stabilmente, così come l’aumento della spesa sanitaria. E una politica salariale efficace richiede strumenti che non possono essere sostituiti dagli incentivi alle imprese o dalla semplice speranza che la crescita economica produca, prima o poi, retribuzioni migliori.
C’è poi una questione che attraversa entrambe le proposte. Quale rapporto deve esistere tra il diritto a un reddito minimo e l’obbligo di cercare lavoro? È uno dei punti controversi che avevamo individuato esaminando il progetto del M5S. Se il sostegno economico viene concepito esclusivamente come strumento temporaneo per accompagnare verso l’occupazione, rischia di lasciare irrisolto il problema di chi un lavoro non riesce a trovarlo o di chi, pur lavorando, rimane povero.
Se invece costituisce una garanzia contro la privazione materiale, la sua funzione non può dipendere interamente dal successo delle politiche attive. Su questo sarebbe utile conoscere la posizione del Pd, oltre a quella di AVS, prima di parlare di una strategia condivisa.
Un secondo terreno di verifica riguarda le risorse. Schlein contrappone la prospettiva di una spesa militare pari al 5% del Pil all’obiettivo del 7% per la sanità. È una contrapposizione politica comprensibile, ma non costituisce di per sé una copertura finanziaria. L’aumento della spesa sanitaria, il sostegno al reddito, gli investimenti nella scuola e gli interventi sui salari richiedono scelte di bilancio che il futuro programma dovrà rendere esplicite.
E dovrà chiarire anche quale politica fiscale intenda adottare, perché senza una diversa distribuzione del carico tributario e delle risorse disponibili il rischio è quello di affidare il cambiamento sociale a margini di bilancio sempre più ristretti.
La distinzione decisiva, dunque, non è semplicemente quella tra una coalizione più favorevole alla spesa sociale e un governo che privilegia altre priorità. È capire se il campo largo intenda intervenire sui meccanismi che producono e riproducono la povertà oppure limitarsi a correggerne alcune conseguenze. Rafforzare il Servizio sanitario nazionale significa sottrarre una parte essenziale della vita delle persone alla capacità individuale di pagare.
Garantire un reddito minimo significa riconoscere che la sopravvivenza materiale non può dipendere esclusivamente dalla disponibilità di un impiego. Migliorare i salari significa rimettere in discussione la distribuzione della ricchezza prodotta. Sono tre interventi potenzialmente convergenti, ma soltanto se inseriti in una politica economica coerente.
Nel frattempo, l’Istat ha certificato per il 2025 oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta e quasi 8,7 milioni in povertà relativa. Sono numeri che dovrebbero costituire il punto di partenza di qualsiasi programma economico che si presenti come alternativa. Non basta dichiarare di voler migliorare le condizioni di vita dei cittadini: occorre stabilire quali risultati si intendano raggiungere, in quanto tempo e con quali risorse.
Per ora, il dato interessante è che qualcosa comincia a muoversi sul terreno delle proposte. La sanità pubblica del Pd e il Reddito di cittadinanza del M5S rappresentano due possibili elementi di una politica redistributiva più ambiziosa.
Non costituiscono ancora un modello economico alternativo, ma offrono finalmente materia per discuterne. Resta da capire se il campo largo saprà trasformarli in un progetto comune o se, arrivato il momento di scegliere, scoprirà che l’unica cosa sulla quale tutti erano davvero d’accordo era la necessità di battere Giorgia Meloni.


