M5S e RdC 2.0: la sfida al campo largo

La campagna elettorale è sempre presente e fino a poco fa il campo largo si interrogava unicamente su chi dovrà guidarlo, forse attraverso le primarie. Discussione poco appassionante per chi deve scegliere quale bolletta rimandare. Prima del nome sulla scheda, sarebbe utile sapere che cosa la coalizione intenda fare per chi non arriva alla fine del mese. Il nuovo Reddito di cittadinanza proposto dal M5S offre una materia concreta: soldi, destinatari, obblighi, lavoro. Per Diogene Notizie, che si occupa di povertà e disagio sociale, merita un esame.

La proposta, dopo il voto della base a Nova, arriva dopo il RdC cavallo di battaglia del M5S del primo governo. Prevede una soglia di reddito di 6.500 euro annui e un’integrazione fino a 3.640 euro per affitto o mutuo. Non significa un assegno uguale per tutti: vanno precisati redditi da integrare, composizione familiare e condizioni di accesso. Il punto politico è estendere la protezione agli “occupabili” oggi esclusi, indicati in 580mila dal quotidiano. Essere teoricamente in grado di lavorare non equivale ad avere un lavoro, né tantomeno uno stipendio sufficiente.

Occorre però evitare una semplificazione: l’Assegno di inclusione non esclude ogni persona occupabile. È rivolto a nuclei con determinate caratteristiche, fra cui la presenza di minori, persone con disabilità, ultrasessantenni o soggetti svantaggiati presi in carico dai servizi. Anche un adulto occupabile può appartenere a una famiglia ammessa. La questione è garantire sostegno a chi resta fuori da questo perimetro, senza scambiare l’età anagrafica e una presunta disponibilità al lavoro per la prova che non abbia bisogno di aiuto.

Per valutare il “2.0” bisogna tornare al 2019. Il Reddito diventò legge durante il primo governo Conte, sostenuto da M5S e Lega. Integrava il reddito familiare fino a una base di 6.000 euro annui, corretta secondo la composizione del nucleo, con un contributo all’affitto fino a 3.360 euro. La misura aveva quindi già una struttura analoga. L’aumento nominale proposto oggi va confrontato con il rincaro della vita intervenuto nel frattempo: aggiungere euro alla soglia non basta a dimostrare che la protezione reale sia maggiore.

Quel Reddito non era un reddito universale incondizionato: prevedeva requisiti economici, patrimoniali e di residenza, oltre a obblighi ed esenzioni. La richiesta originaria di dieci anni di residenza in Italia introduceva una barriera pesante per gli stranieri. Se oggi si vuole parlare di universalità del contrasto alla povertà, bisogna chiarire anche questo: chi sarà incluso e chi continuerà a restare fuori? La presentazione della proposta non consente ancora di ricostruire tutti i requisiti.

Neppure il collegamento fra sussidio e assunzioni nasce adesso. Nel 2019 erano già previsti sgravi contributivi per le imprese che assumevano beneficiari a tempo pieno e indeterminato, anche in apprendistato. La durata dipendeva dalle mensilità residue rispetto alle diciotto previste, con un minimo di cinque. La proposta attuale indica dodici mensilità di Reddito trasformate in sgravi dopo una fase di prova e un’assunzione stabile. Cambia il meccanismo, non nasce l’idea di incentivare il datore di lavoro. Servono risultati e controlli, non soltanto una nuova etichetta.

Foto Kyle Carlstrom / U.S. Nav

Anche le otto ore settimanali di Progetti utili alla collettività erano presenti nel vecchio impianto. E va corretta un’affermazione del resoconto del Sole: i Puc non sono stati cancellati dal sistema Adi-Sfl, come dimostra il decreto ministeriale del dicembre 2023 che li disciplina. Il confronto serio riguarda obbligatorietà, esenzioni e organizzazione. Queste attività devono avere utilità sociale e rispettare le condizioni delle persone, senza sostituire occupazione retribuita o trasformarsi nel pedaggio da pagare per dimostrare di meritare da mangiare.

Decisiva è la presa in carico: Comuni, centri per l’impiego, agenzie, formazione e piattaforma Siisl. Il M5S propone di completare il potenziamento dei centri avviato nel 2019 e di riconoscere alle agenzie una mensilità per ogni inserimento lavorativo. Ma una piattaforma non crea posti di lavoro e un incentivo non garantisce da solo un impiego dignitoso. Quale retribuzione? Quali tutele durante la prova? Che succede se l’assunzione non arriva? Come si evita di premiare soltanto il collocamento delle persone più facilmente occupabili, lasciando indietro le altre?

Domande che investono anche l’esperienza di governo del Movimento. Chi ripropone uno strumento già amministrato deve spiegare che cosa abbia funzionato e che cosa corregga. Il sostegno economico e l’inserimento lavorativo hanno obiettivi distinti: un trasferimento può alleviare la povertà anche quando il lavoro manca. Per giudicare le politiche attive occorrono invece occupazione aggiuntiva, stabilità e salari. Confondere i due piani consente tanto di spacciare ogni assegno per un posto creato quanto di dichiarare inutile un aiuto perché il beneficiario non è stato assunto.

La nostra diffidenza verso il M5S e Conte resta intatta. Il Movimento ha governato con la Lega, poi con il Pd, infine ha sostenuto Draghi; Conte ha presieduto le prime due maggioranze. Una capacità di adattamento che, a nostro avviso, ha troppo spesso fatto somigliare i principi a un guardaroba da scegliere secondo la convenienza. Ma la diffidenza verso chi propone una misura non ci esonera dal valutarla. Se riguarda la possibilità di vivere fuori dalla miseria, liquidarla per antipatia sarebbe lo stesso vizio di chi la promuove soltanto per appartenenza.

Adesso ascoltiamo Pd e AVS. Vogliono una tutela contro la povertà accessibile anche agli adulti soli oggi esclusi dall’Adi? Quali soglie, coperture e garanzie propongono? Quanto investirebbero nei servizi pubblici e quali condizioni imporrebbero a imprese e intermediari finanziati? Su questo si misura una coalizione che chiede di governare. Prima di scegliere chi debba rappresentarla, potrebbe chiarire chi intende proteggere.

Foto Alan Cleaver / Wikimedia Commons — CC BY 2.0