Il numero di oggi di Diogene Notizie mette insieme Italia, Inghilterra, Europa e Stati Uniti: costo della scuola, abbandono, esclusione degli studenti più fragili, riduzione degli standard nei servizi per l’infanzia povera. Paesi diversi, sistemi diversi, ma una stessa linea di frattura: chi ha meno risorse dispone anche di meno tempo per costruirsi un futuro.
Un punto che spesso sfugge quando si parla di povertà, di minori in povertà. Non manca soltanto il denaro. Manca il margine. Chi vive in condizioni agiate può cambiare idea, perdere un anno, dedicarsi a qualcosa che non produce un risultato immediato, sbagliare strada e ripartire. La povertà, invece, rende tutto più urgente e ogni deviazione più costosa.
Per un minore significa crescere con un orizzonte più corto. Studiare deve servire subito, una scelta sbagliata pesa di più, un ritardo diventa un problema, un interesse “inutile” appare un lusso. E quando anche la scuola offre meno sostegno proprio a chi ne avrebbe più bisogno, quel margine si restringe ancora.
La povertà culturale agisce soprattutto così: non vieta formalmente nulla, ma riduce progressivamente ciò che una persona riesce a considerare possibile. Prima ancora di escludere da un lavoro o da un’università, restringe l’immaginazione del proprio futuro.
Per questo il tempo è una questione politica. Averne significa poter pensare prima di decidere, progettare prima di adattarsi, cambiare direzione senza precipitare. Significa persino concedersi ciò che sembra più inutile: fantasticare.
Fantasticare persino, un giorno, di vivere in una società meno di merda di questa.


