Un piatto di pasta al pomodoro costa 2 euro e 15 a Cagliari. Lo stesso piatto, a Parma, ne costa 7 e 80. Non è un ristorante: è la mensa della scuola dell’infanzia. Stesso servizio pubblico, stesso Paese, stesso Stato. Cambia solo la città.
Lo certifica la nona indagine di Cittadinanzattiva sulle tariffe e gli investimenti PNRR nelle mense scolastiche, che ha messo in fila i prezzi applicati in tutti i capoluoghi italiani per l’anno in corso.
E il dato che balza agli occhi non è la media — un aumento contenuto, il 2,1% per l’infanzia, poco più per la primaria. La media, qui, è la bugia statistica perfetta: tiene insieme cose che non stanno insieme.
Perché sotto quella media tranquilla c’è il caos. A Barletta il pasto è passato da 2 a 3 euro in un anno: più cinquanta per cento. A Chieti quasi il trenta. A Latina il ventisette. Nel Molise, per la primaria, sedici e sei. Mentre altrove il prezzo scende: a Enna meno trenta, a Udine meno sei.
Nessuna logica nazionale, nessun limite. Ogni Comune fa da sé, e il risultato è che lo stesso identico servizio può costare a una famiglia tre volte quello che ne paga un’altra a trecento chilometri di distanza.
Si dirà: ma allora chi paga poco è fortunato. Roma, per esempio, è l’unica grande città nella classifica delle più economiche, 2 euro e 60. E qui scatta la seconda metà del problema, quella che rovescia il ragionamento.
Perché pagare poco, spesso, non vuol dire essere serviti meglio. Vuol dire essere serviti di meno.
Guardiamo dove le mense ci sono. Al Nord ne ha una scuola su due e oltre: Valle d’Aosta al 71,9%, Piemonte al 62,5%. Al Sud, una su quattro. In Campania il 18%, in Sicilia il 14,4%. Tradotto: nella regione dove un bambino su tre è in sovrappeso — la Campania è al 36,8%, la Calabria al 35,7%, la Sicilia al 34,6% — la scuola che potrebbe garantirgli l’unico pasto equilibrato della giornata, semplicemente, non ce l’ha.
Non è un paradosso casuale. L’Organizzazione mondiale della sanità lo ripete da anni: l’obesità infantile è una questione di disuguaglianza sociale prima ancora che sanitaria. Il bambino povero non è magro, è grasso, perché il cibo che riempie e non nutre costa meno di quello che nutre.
La mensa scolastica, con i suoi standard, è lo strumento più efficace che abbiamo per spezzare questo meccanismo. E manca esattamente dove il meccanismo morde più forte.
Va detto, con onestà, che qualcosa si sta muovendo. Il PNRR ha messo sul piatto oltre un miliardo di euro per quasi duemila interventi, e dopo i primi bandi la rotta è stata corretta: al Sud e alle Isole è andato fino al 66% delle risorse, oltre metà delle nuove mense in costruzione sorgerà lì.
È la direzione giusta. Ma le nuove strutture apriranno solo a partire dal secondo semestre di quest’anno. Nel frattempo il bambino di Catania resta senza, e il cantiere non si mangia.
C’è poi un fondo nato apposta, nella legge di bilancio, per il contrasto alla povertà alimentare a scuola. La cifra dice tutto: cinquecentomila euro per il 2025, altri cinquecentomila per il 2026, non un euro in più nonostante gli emendamenti.
Cinquecentomila euro per un Paese che serve quattrocento milioni di pasti l’anno. È la misura della serietà con cui si affronta la questione: l’equivalente di un comunicato stampa.
Allora la domanda vera è una sola. Un servizio che decide se un bambino mangia, quanto costa quel pasto alla sua famiglia, se potrà fermarsi a scuola il pomeriggio o dovrà tornarsene a casa — un servizio così può restare appeso al codice di avviamento postale?
Oggi è così. Dove nasci decide se la tua scuola ha una mensa. E se ce l’ha, decide se ti costa due euro o otto.
Per i ragazzi che domani escono dalla maturità abbiamo scritto che il pezzo di carta certifica da che parte sono nati. Per i bambini che entrano alla materna vale già adesso, e si misura in un piatto di pasta. La disuguaglianza non aspetta i diciott’anni. Comincia a pranzo, il primo giorno di scuola.



