Cina, il mattone tradisce la classe media

Per anni la casa è stata, in Cina, molto più di un’abitazione. È stata il deposito dei risparmi familiari, la promessa di ascesa sociale, la garanzia per il futuro dei figli, il modo più sicuro per trasformare il lavoro di una vita in patrimonio. Oggi quello stesso meccanismo si è inceppato. E la crisi immobiliare cinese non è più soltanto una questione di costruttori indebitati o di appartamenti invenduti: è diventata una crisi della classe media.

Negli ultimi mesi alcune grandi città hanno mostrato segnali di stabilizzazione. A Shanghai, Shenzhen e in parte nelle altre metropoli di prima fascia, i prezzi hanno smesso di cadere con la stessa intensità. Secondo Reuters, ad aprile i prezzi delle nuove case in Cina sono scesi dello 0,1 per cento su base mensile, il calo più contenuto da un anno, mentre alcune città maggiori hanno registrato piccoli aumenti. Ma il quadro nazionale resta fragile: i prezzi sono ancora in calo su base annua, gli investimenti immobiliari sono diminuiti e la ripresa, se arriverà, sarà lenta e diseguale.

Il problema è che il mercato immobiliare cinese non è un settore come gli altri. Per molte famiglie urbane rappresenta la parte dominante della ricchezza accumulata. In Cina le famiglie hanno investito una quota enorme dei propri risparmi negli immobili, spesso acquistando anche seconde case come forma di investimento, mentre il mercato deve fare i conti con decine di milioni di appartamenti vuoti o incompiuti.

Qui sta la differenza con altre crisi immobiliari. Quando negli Stati Uniti scoppiò la bolla dei mutui, il contagio passò soprattutto attraverso il sistema finanziario. In Cina il colpo è stato più diretto sui patrimoni familiari. Le banche, protette da acconti elevati e da criteri di credito più rigidi, hanno retto meglio. Le famiglie, invece, hanno visto svalutarsi ciò che consideravano il bene più sicuro.

La Banca Mondiale ha stimato che, dal picco del luglio 2021, i prezzi siano scesi dell’11,9 per cento per le nuove abitazioni e del 20,2 per cento per le case di seconda mano. La stessa analisi osserva che, nonostante il calo, il rapporto tra prezzi delle case e redditi resta ancora elevato rispetto ad altre economie asiatiche, segnalando che il mercato potrebbe non aver terminato l’aggiustamento.

Questo significa che anche l’eventuale stabilizzazione delle grandi città non risolve il problema sociale. Pechino, Shanghai, Shenzhen e Guangzhou possono riprendersi prima perché attirano popolazione, credito, lavoro qualificato e sostegno pubblico. Ma nelle città più piccole il mercato resta più debole: meno domanda, meno giovani, più case vuote, più difficoltà a vendere. Il risultato è una Cina immobiliare a due velocità, dove le metropoli possono trovare un pavimento e le periferie del boom continuano a scendere.

Il dato degli appartamenti vuoti o incompiuti è la misura fisica dell’eccesso. Per anni la crescita cinese ha costruito case non solo per abitarle, ma per assorbire risparmio, sostenere i governi locali, finanziare i costruttori, alimentare l’occupazione e dare alle famiglie l’idea che il futuro potesse essere comprato in metri quadrati. Ora molti di quei metri quadrati non producono sicurezza, ma ansia.

La conseguenza economica si vede nei consumi. Una famiglia che vede diminuire il valore della propria casa si sente più povera, anche se il reddito mensile non cambia. Rinvia l’acquisto dell’auto, riduce le spese non essenziali, risparmia di più per paura, investe meno. La crisi immobiliare diventa così crisi della fiducia. E la crisi della fiducia diventa problema per l’intera economia cinese, che da anni tenta di ridurre la dipendenza da investimenti, edilizia ed esportazioni per rafforzare la domanda interna.

Foto: Chinaunderground / Matteo Damiani, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

Ma se la ricchezza delle famiglie è bloccata o distrutta nel mattone, la transizione verso un’economia più fondata sui consumi diventa più difficile. Non basta invitare i cittadini a spendere se gli stessi cittadini hanno appena scoperto che il loro principale investimento vale molto meno di quanto pensavano.

C’è anche una lezione culturale. La casa, in Cina come altrove, era stata trasformata da bene d’uso in strumento di accumulazione. Non più soltanto il luogo in cui vivere, ma il mezzo per proteggersi dall’incertezza, sostituire un welfare incompleto, costruire una dote familiare, garantire status e sicurezza. Quando questo modello funziona, produce fiducia. Quando si rompe, produce una sensazione di fallimento retroattivo: anni di lavoro sembrano sparire insieme al prezzo di mercato dell’appartamento.

È il punto più umano della crisi. Non riguarda soltanto i bilanci dei colossi immobiliari o le statistiche sui prezzi. Riguarda persone che hanno risparmiato per anni, comprato una casa pensando di mettere al sicuro il proprio futuro, e oggi scoprono che quel futuro vale meno. Nel testo del New York Times, un acquirente racconta di aver perso quasi un terzo del valore del proprio appartamento e di avere la sensazione di aver lavorato inutilmente per un decennio.

Il governo cinese sta cercando di contenere la crisi con misure graduali: credito più accessibile in alcune città, incentivi agli acquisti, interventi locali per assorbire parte dell’invenduto. Ma Pechino deve muoversi dentro una contraddizione. Se sostiene troppo il mercato, rischia di ricreare la stessa bolla che ha prodotto il problema. Se lo sostiene troppo poco, lascia che la svalutazione immobiliare continui a colpire famiglie, consumi e governi locali.

La domanda “il mercato ha toccato il fondo?” è importante ma insufficiente. Anche se i prezzi smettessero di scendere nelle città principali, resterebbe aperto il problema più grande: che cosa accade a una società quando il principale strumento di sicurezza economica delle famiglie diventa fonte di impoverimento?

La Cina ha costruito una parte enorme della propria crescita sull’edilizia. Ha urbanizzato, cementificato, venduto terreni, moltiplicato cantieri, spinto milioni di famiglie a credere che comprare casa fosse la scelta razionale per proteggersi dal futuro. Ora deve gestire il dopo. Non solo il dopo della bolla, ma il dopo di un patto sociale implicito: lavorate, risparmiate, comprate casa, e sarete più sicuri.

Quel patto si è incrinato in un Paese dove il mattone è diventato risparmio, pensione, status e speranza: Per questo, più che cadere un mercato soltanto, cade un’idea di futuro.

Foto: CEphoto, Uwe Aranas / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.