Il ritiro di China Evergrande dalla borsa di Hong Kong ha segnato simbolicamente la fine di un’epoca. In poco più di un decennio, il colosso edilizio è passato dall’essere l’icona del boom immobiliare cinese al diventare il volto del suo crollo. Con oltre 300 miliardi di dollari di debiti, la sua parabola discendente racconta molto più della crisi di una singola azienda: riflette il declino strutturale di un settore che, al suo apice, rappresentava circa un terzo dell’economia nazionale.
Dal boom alla stagnazione
Negli anni Duemila il mercato immobiliare cinese aveva alimentato una crescita senza precedenti. Intere città erano sorte dal nulla, finanziate dall’indebitamento delle imprese e dalla fiducia incrollabile delle famiglie, convinte che investire nel mattone fosse il modo più sicuro per proteggere i propri risparmi.
Questo ciclo si è interrotto nel 2020, quando Pechino ha imposto limiti severi ai debiti delle società edilizie per ridurre i rischi finanziari. La stretta ha innescato una crisi di liquidità che ha colpito prima le aziende più indebitate e poi l’intero settore, trasformando la crescita in un declino lento ma costante.
Dati preoccupanti
Secondo l’Ufficio nazionale di statistica, nei primi sette mesi del 2025 le nuove costruzioni sono diminuite di quasi il 20% rispetto all’anno precedente, mentre le abitazioni invendute hanno superato il doppio della media storica. A luglio i prezzi delle nuove case sono scesi al ritmo più rapido degli ultimi nove mesi; quelli delle abitazioni di seconda mano continuano a calare senza sosta.
Il governo centrale ha evitato un salvataggio su larga scala, preferendo interventi mirati: ha incoraggiato le banche a concedere prestiti, allentato le restrizioni sugli acquisti e sostenuto singole società come China Vanke, che ha ricevuto quest’anno nove finanziamenti dalla controllata statale Shenzhen Metro. Eppure le perdite continuano ad accumularsi: Vanke ha registrato un rosso di 1,7 miliardi di dollari nella prima metà dell’anno, con un aumento del 21% rispetto al 2024.

Aziende in default e cantieri fermi
Molti sviluppatori di medie e piccole dimensioni non sono riusciti a reggere. L’Alta Corte di Hong Kong ha ordinato la liquidazione di China South City Holdings, rilevando l’assenza di progressi nei piani di ristrutturazione del debito.
Nel frattempo, cantieri incompleti e quartieri semivuoti sono diventati un’immagine ricorrente in diverse province. Settori collegati — come edilizia, arredamento, intermediazione immobiliare — hanno visto fallimenti a catena e licenziamenti di massa, amplificando l’impatto economico della crisi.
Il peso sulle famiglie
Per milioni di famiglie, la casa non è più un investimento sicuro. In città di secondo livello come Hefei, le abitazioni acquistate durante il boom vengono oggi svendute con ribassi del 15-20% rispetto ai prezzi pagati solo pochi anni fa. Molti proprietari, di fronte a offerte troppo basse, hanno preferito ritirare gli annunci piuttosto che subire perdite elevate.
Nemmeno le grandi metropoli sono immuni. A Pechino e Shanghai gli appartamenti faticano a trovare acquirenti, mentre le autorità locali tentano di rilanciare la domanda abolendo restrizioni che per anni avevano limitato gli acquisti speculativi.
Prospettive incerte per l’economia cinese
La crisi immobiliare arriva in un momento delicato: la guerra commerciale con gli Stati Uniti frena le esportazioni, i consumi interni restano deboli e gli investimenti in settori strategici come semiconduttori e robotica richiederanno anni per dare risultati.
Con un eccesso di offerta abitativa, debiti elevati e fiducia dei consumatori ai minimi storici, la possibilità di una ripresa rapida appare lontana. Gli analisti prevedono che il rallentamento del settore immobiliare continuerà a pesare sull’intera economia cinese ancora per molto tempo, trascinando con sé occupazione, entrate fiscali locali e investimenti privati.



