Senza Hamas e senza Netanyahu

Due notizie arrivate quasi insieme sembrano aprire uno spiraglio politico dentro una guerra che da troppo tempo sembra conoscere solo la lingua delle armi.

Da una parte, le elezioni municipali palestinesi hanno coinvolto anche Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza: un voto locale, limitato, fragile, ma simbolicamente importante perché è il primo voto in una località di Gaza da quasi vent’anni. Dall’altra, in Israele, Naftali Bennett e Yair Lapid, due ex primi ministri, hanno annunciato la fusione delle rispettive forze politiche in una nuova lista, Together, con l’obiettivo dichiarato di battere Benjamin Netanyahu alle prossime elezioni.

Sarebbe facile raccontare tutto come il ritorno della politica dopo la stagione della guerra. Sarebbe anche troppo ottimistico. Perché né il voto municipale palestinese né l’alleanza Bennett-Lapid bastano, da soli, a riaprire una vera prospettiva di pace. Indicano che qualcosa si muove, ma mostrano anche quanto sia stretto lo spazio rimasto per una soluzione politica.

A Gaza si vota in una città devastata dalla guerra, con una partecipazione bassa e dentro una crisi istituzionale palestinese che dura da quasi due decenni. In Israele si organizza il dopo-Netanyahu, ma non è affatto chiaro che il dopo-Netanyahu coincida con una politica diversa verso i palestinesi.

La linea da tenere dovrebbe essere semplice, anche se nel dibattito pubblico viene spesso resa impossibile: la Palestina non nascerà con Hamas, ma non nascerà nemmeno sotto le bombe di Netanyahu. E Israele non sarà più sicuro se continuerà a pensare Gaza e la Cisgiordania soltanto come problemi militari.

Chi vuole la distruzione di Israele non lavora per la libertà dei palestinesi: la seppellisce sotto una prospettiva fanatica, autoritaria e senza futuro. Ma chi usa la sicurezza di Israele per negare diritti, territorio e dignità politica ai palestinesi non difende Israele: lo condanna a una guerra permanente.

Il voto palestinese va quindi letto per ciò che è, non per ciò che vorremmo fosse. Secondo AP, le elezioni hanno riguardato consigli locali, incaricati di servizi come acqua, strade ed elettricità, e sono state presentate dalle autorità palestinesi come un possibile passo verso una più ampia ricomposizione istituzionale. Ma il dato di Gaza resta limitato a Deir al-Balah; l’affluenza nella città è stata intorno al 23%, mentre in Cisgiordania si è attestata intorno al 56%.

Reuters ha riferito che i candidati vicini a Mahmoud Abbas e a Fatah hanno vinto la maggioranza delle competizioni. A Deir al-Balah, la lista sostenuta da Fatah avrebbe ottenuto 6 seggi su 15, mentre una lista considerata vicina ad Hamas ne avrebbe ottenuti 2; gli altri seggi sono andati a liste non affiliate. Hamas non ha partecipato ufficialmente e ha boicottato il voto in Cisgiordania.

Questo dato è importante, ma non va gonfiato. Non siamo davanti a elezioni palestinesi generali, né a una consultazione capace di risolvere la crisi di rappresentanza aperta dal 2006. Le elezioni presidenziali palestinesi mancano dal 2005, quelle legislative dal 2006, e il voto nazionale previsto nel 2021 fu rinviato.

Una società senza elezioni nazionali vere per vent’anni perde non solo rappresentanti, ma fiducia nella rappresentanza. E una causa nazionale senza istituzioni democratiche credibili diventa più vulnerabile tanto alla corruzione quanto al fanatismo.

Il punto, dunque, non è celebrare Fatah. L’Autorità Nazionale Palestinese è logorata, debole, contestata da molti palestinesi, incapace da anni di produrre un mandato democratico rinnovato. Ma il punto è altrettanto chiaramente non assolvere Hamas.

Hamas non può essere il futuro politico della Palestina: non solo per il massacro del 7 ottobre 2023, ma perché la sua idea di potere è incompatibile con una Palestina democratica, plurale, riconosciuta e capace di stare nel mondo. Uno Stato palestinese ha bisogno di istituzioni legittime, elezioni vere, libertà politiche, sicurezza, riconoscimento internazionale e rottura con ogni progetto di distruzione di Israele.

Dall’altra parte, però, c’è Israele. E anche qui il problema non può essere ridotto a un cambio di nome alla guida del governo. L’alleanza tra Bennett e Lapid è una notizia rilevante perché Netanyahu è diventato parte del problema: per le sue responsabilità politiche prima e dopo il 7 ottobre, per l’alleanza con l’estrema destra, per la condotta della guerra, per il modo in cui ha seppellito ogni orizzonte diplomatico sotto la retorica dell’emergenza permanente. Ma Bennett e Lapid non rappresentano automaticamente una soluzione alla questione palestinese.

Bennett e Lapid hanno già governato insieme nel 2021, nella coalizione che mise temporaneamente fine ai dodici anni consecutivi di Netanyahu al potere. Bennett viene dalla destra religiosa e ha posizioni dure sulla sicurezza; Lapid è un leader centrista e laico. La loro nuova alleanza punta a unire centro e destra contro Netanyahu, non a costruire una piattaforma di rottura radicale sulla Palestina.

Foto Haim Zach / Government Press Office of Israel.
Licenza: CC BY-SA 3.0

La nuova lista sarà guidata da Bennett, i sondaggi prima dell’unione davano il Likud di Netanyahu a circa 25 seggi, Bennett a 21 e Lapid a 7, mentre la coalizione di Netanyahu era stimata intorno a 50 seggi su 120, sotto la maggioranza. Ma Reuters segnala anche un limite essenziale: sia Bennett sia Lapid escludono future coalizioni con partiti arabi.

Questo passaggio non è secondario. Un’opposizione israeliana che vuole chiudere l’era Netanyahu ma non riesce neppure a immaginare pienamente la cittadinanza politica araba come parte legittima di una maggioranza di governo resta dentro una contraddizione profonda.

Può essere un’alternativa a Netanyahu sul piano della gestione dello Stato, della responsabilità istituzionale, della crisi interna israeliana. Ma non è ancora, necessariamente, un’alternativa alla logica che ha ridotto i palestinesi a problema di sicurezza.

Per questo bisogna tenere insieme due giudizi che spesso vengono separati. Israele ha diritto a esistere e a difendersi. Nessuna causa palestinese può fondarsi sulla cancellazione di Israele, né sulla legittimazione di Hamas.

Ma il governo Netanyahu ha commesso massacri e ha trasformato la risposta al 7 ottobre in una guerra devastante contro Gaza, con un costo umano e morale che non può essere archiviato come “danno collaterale”. Difendere l’esistenza di Israele non significa difendere qualunque governo israeliano; sostenere il diritto dei palestinesi a uno Stato non significa chiudere gli occhi davanti ad Hamas.

La possibilità politica, se esiste, passa proprio da questa doppia rottura. I palestinesi devono potersi liberare di Hamas e anche dell’immobilismo di una leadership screditata. Gli israeliani devono potersi liberare di Netanyahu e anche dell’illusione che la sicurezza possa essere garantita indefinitamente attraverso occupazione, assedio e forza militare. La sconfitta di Hamas e quella di Netanyahu non sono alternative. Sono due condizioni necessarie, anche se non sufficienti, per riaprire una strada.

La parola “elezioni”, in questo quadro, rischia di ingannare. A Gaza un voto municipale non cancella la distruzione, non restituisce una piena sovranità politica, non risolve il problema della rappresentanza nazionale palestinese. In Israele una nuova alleanza elettorale può forse archiviare Netanyahu, ma non necessariamente archiviare la logica che ha reso Gaza governabile solo come minaccia. In entrambi i casi, le urne sono un segnale; non ancora una soluzione.

La domanda decisiva è che cosa viene dopo. Se a Gaza il dopo-Hamas fosse solo il ritorno amministrativo di una Autorità Palestinese debole, percepita come imposta dall’esterno e priva di mandato democratico, non nascerebbe una Palestina libera.

Se in Israele il dopo-Netanyahu fosse solo una coalizione più presentabile, ma ancora incapace di riconoscere che senza Stato palestinese non ci sarà sicurezza duratura, non nascerebbe una pace. Cambierebbero gli attori, ma non la struttura del conflitto.

Uno Stato palestinese reale richiede il contrario del progetto di Hamas: riconoscimento internazionale, istituzioni, pluralismo, controllo democratico della forza, fine della logica della milizia, capacità di rappresentare i palestinesi non come carne da martirio ma come cittadini.

Un Israele sicuro richiede il contrario del progetto di Netanyahu e della sua destra: fine della guerra permanente come orizzonte politico, rottura con il messianismo nazionalista, riconoscimento che milioni di palestinesi non possono essere governati all’infinito senza diritti nazionali.

Le due notizie di questi giorni vanno allora lette con speranza, ma senza ingenuità. Il voto a Deir al-Balah dice che dentro la società palestinese esiste ancora una domanda di politica, anche nelle condizioni più difficili. L’accordo Bennett-Lapid dice che dentro Israele esiste ancora una possibilità di mandare a casa Netanyahu.

Ma né l’una né l’altra cosa bastano, se non si arriva al punto che quasi tutti evitano: la pace non sarà il prodotto automatico di una sconfitta militare, né di una manovra elettorale. Sarà il prodotto di una doppia liberazione politica.

Senza Hamas, perché la Palestina non può nascere da un movimento che ha scelto il terrorismo, l’autoritarismo e la distruzione di Israele. Senza Netanyahu, perché Israele non può continuare a chiamare sicurezza una politica che ha prodotto devastazione, isolamento morale e guerra infinita. E senza l’illusione che basti cambiare leader per cambiare storia.

La via resta quella più difficile e meno alla moda: due popoli, due Stati, diritti e sicurezza per entrambi. Non come formula diplomatica da convegno, ma come unica alternativa concreta alla distruzione reciproca. Tutto il resto, qualunque bandiera sventoli, ha già dimostrato dove porta.

Foto: Hanay / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0