Pensateci un momento. Pensate a quante volte la banca vi ha chiamato per chiedervi di rientrare di cento euro scoperti come se aveste messo in pericolo l’ordine mondiale. Pensate a quante volte vi ha negato un mutuo, un prestito, un fido. Pensate alle commissioni per operazioni che fate da soli da casa, al pulsante che schiacciate voi e al balzello che incassa lei.
Pensate agli errori scaricati sul cliente, ai tempi sempre lunghi quando dovete ottenere qualcosa e fulminei quando c’è da prendere. La banca è uno dei pochi luoghi in cui puoi sentirti colpevole per aver avuto bisogno di cento euro tuoi.
Ecco. A quel punto, almeno per qualche minuto, è difficile non provare una forma obliqua di empatia. Non per i rapinatori, che restano rapinatori. Non per chi entra armato, prende ostaggi e svuota cassette di sicurezza. Ma per il semplice fatto che, questa volta, dalla parte sbagliata del rapporto di forza sembrava esserci la banca.
La rapina al Crédit Agricole di piazza Medaglie d’Oro, a Napoli, ha avuto tutto quello che serve per farsi racconto: almeno tre uomini armati, circa 25 persone tra clienti e dipendenti tenute in ostaggio, l’ingresso da un foro nel pavimento, il cunicolo sotterraneo, la fuga nelle fogne, le cassette di sicurezza prese di mira e un bottino ancora non quantificato. Una scena quasi cinematografica, tanto che il richiamo al vecchio immaginario dei colpi “perfetti” viene quasi automatico.
Naturalmente nessuno sano di mente si metterebbe davanti a un microfono per dire che “hanno fatto bene”. Nessuno rivendicherebbe il diritto di prendere ostaggi e terrorizzare persone. Ma un conto è condannare il reato, un altro è riuscire a identificarsi sentimentalmente con la banca come parte innocente della storia.
Ed è proprio per questo che la rapina di Napoli diventa interessante: non per il folklore criminale, non per la coreografia del foro nel pavimento, ma per quello che rivela sul rapporto tra i cittadini e il potere bancario.
Per troppi italiani la banca non è il luogo rassicurante del risparmio custodito. È il posto dove si va a chiedere. Dove si aspetta una risposta che spesso arriva sotto forma di valutazione, diffidenza, scoraggiamento.
È il luogo in cui si viene profilati, classificati, misurati, talvolta umiliati con perfetta cortesia. È il posto dove il denaro, che in teoria dovrebbe servire a vivere, torna a essere una gerarchia.
La banca contemporanea non ti punta una pistola. Fa di meglio: ti manda una mail automatica, ti applica una commissione, ti riduce un affidamento, ti addebita un costo per un’operazione fatta in autonomia, ti respinge una richiesta con formula impersonale, ti lascia settimane ad aspettare quando devi ottenere qualcosa e si muove in tempo reale quando c’è da prendere.
Non è il brigante di strada. È una forma molto più evoluta di potere: pulita, digitalizzata, rispettabile, perfino elegante. E proprio per questo più insopportabile.
Per anni ci hanno spiegato che la banca è fiducia. In realtà, per una quantità enorme di persone, la banca è soprattutto disciplina. Ti ricorda quanto sei solvibile, quanto sei affidabile, quanto vali sul mercato del credito, quanta libertà puoi permetterti.
E quando non rientri nei parametri, te lo fa sapere senza mai alzare la voce. È una pedagogia sociale continua: i poveri e i ceti medi impoveriti imparano lì che i soldi non sono solo soldi, sono permesso, accesso, legittimazione.

Per questo il riflesso collettivo davanti alla rapina di Napoli non è così lineare come vorrebbero i moralisti automatici. Nessuno festeggia davvero. Nessuno dovrebbe.
Ma è altrettanto vero che la banca non suscita quella solidarietà piena, limpida, spontanea che ci si aspetterebbe da una vittima classica.
E non la suscita perché il suo potere, nella vita quotidiana di milioni di persone, è stato vissuto troppo spesso come una combinazione di freddezza, asimmetria e prepotenza amministrativa.
È qui che torna utile la famosa frase di Bertolt Brecht, che il tempo ha consumato senza riuscire a smentire: “Che cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”. È una battuta, certo. Ma continua a circolare perché tocca un nervo che non smette di fare male. Non assolve il banditismo.
Dice una cosa molto più sgradevole: che la società condanna con chiarezza il reato visibile, mentre il potere organizzato, quando produce dipendenza, esclusione e umiliazione dentro il perimetro della legalità, continua a godere di un prestigio che spesso non merita.
Del resto, il vecchio fascino narrativo del colpo alla banca non nasce solo dall’estetica del cunicolo, della fuga e dell’ingegno. Nasce anche dal bersaglio. È difficile non pensare al Robo al Banco Río de Acassuso del 2006, in Argentina, il colpo organizzato da Fernando Araujo, poi trasformato in leggenda criminale, racconto popolare e infine cinema con El robo del siglo.
Anche lì c’erano ostaggi, cassette di sicurezza, una costruzione quasi teatrale del crimine e quel margine di indulgenza simbolica che accompagna certi reati quando a essere colpita non è una persona qualunque ma una banca. Non perché il reato diventi giusto, ma perché il bersaglio porta già con sé una storia di rancore sociale sedimentato.
È un punto scomodo, ma reale. Se una banca viene rapinata e non riesce a raccogliere empatia automatica, il problema non è soltanto il degrado morale del pubblico. Il problema è che tra legalità e legittimità percepita si è aperta una frattura.
La banca è perfettamente legale, naturalmente. Ma nella percezione di troppi è anche il volto educato di una forza ostile: quella che ti fa pesare cento euro di rosso come una colpa, ma considera normali due euro di commissione per un gesto che hai fatto da solo dal divano di casa.
Le autorità fanno bene a cercare i rapinatori, ci mancherebbe. È il loro lavoro. Ma forse, insieme ai cunicoli e alle fogne, dovrebbero esplorare anche questa zona più opaca del Paese: il motivo per cui una parte dei cittadini, pur condannando senza esitazioni il colpo, non riesce a sentirsi davvero dalla parte della banca.
Perché quando un’istituzione continua a presentarsi come rispettabile ma viene vissuta ogni giorno come ostile, il problema non è più solo criminale. È sociale. È politico. È quasi antropologico.
Il buco nel pavimento, alla fine, impressiona. Ma meno del buco di fiducia che da anni separa il sistema bancario da una parte crescente della società.



