Mentre Artemis II riporta gli Stati Uniti attorno alla Luna e restituisce al mondo immagini spettacolari del pianeta visto dallo spazio, dentro la NASA si consuma una crisi assai meno fotogenica. Non è solo il racconto, pure prezioso, di un’ex ricercatrice come Kate Marvel sul New York Times.
È un quadro che trova conferme nei documenti di bilancio, nelle scelte organizzative dell’agenzia, nelle proteste delle società scientifiche e perfino nello scontro già aperto con il Congresso.
Il punto è semplice: l’amministrazione Trump continua a investire politicamente nell’epica dell’esplorazione, ma al tempo stesso propone di ridurre drasticamente la capacità scientifica che rende quella stessa esplorazione qualcosa di più di uno spettacolo.
La Casa Bianca ha chiesto per il 2027 un taglio di 5,6 miliardi di dollari al budget NASA; dentro quel pacchetto c’è una sforbiciata di 3,4 miliardi alla scienza dell’agenzia. Reuters parla di una riduzione del 23% del bilancio complessivo, mentre la Planetary Society quantifica il colpo alla Science Mission Directorate in un -47%, da 7,25 a 3,9 miliardi.
Non stiamo parlando di dettagli contabili. Quando si taglia quasi a metà la gamba scientifica della NASA, si colpisce l’infrastruttura che osserva la Terra, studia il clima, legge gli oceani, monitora incendi, siccità, atmosfera, radiazione solare, pianeti e telescopi.
In altre parole: si impoverisce la capacità pubblica degli Stati Uniti di conoscere il mondo reale, proprio mentre la crisi climatica rende quella conoscenza più necessaria che mai. È per questo che la Planetary Society ha definito la proposta una “existential threat” per la leadership statunitense nella scienza spaziale.
Per capire quanto siano concreti questi tagli basta guardare agli effetti attesi. La Planetary Society stima che, nel quadro del budget 2027, siano a rischio 54 missioni scientifiche; nella battaglia sul bilancio dell’anno precedente segnalava già 19 missioni attive minacciate di chiusura.
L’allarme non riguarda quindi una futura ipotesi astratta, ma un processo di compressione già percepito come reale dalla comunità scientifica.
Anche sul piano della governance il segnale è netto. Nel marzo 2025 NASA ha eliminato il ruolo di chief scientist, ha chiuso l’Office of Science, Policy, and Strategy e ha coinvolto 23 dipendenti in una riorganizzazione collegata al programma di snellimento amministrativo dell’amministrazione Trump.
Una scelta del genere non dimostra da sola una “purga ideologica” in senso pieno, ma mostra che il ridimensionamento non passa soltanto dai fondi: passa anche dalla rimozione dei punti di coordinamento e indirizzo scientifico dell’agenzia.
Kate Marvel sul New York Times parla di caos amministrativo, incertezza sui fondi, marginalizzazione delle scienze della Terra e crescente ostilità verso la ricerca climatica. Presa da sola, sarebbe una denuncia individuale.

Letta insieme ai tagli di bilancio, alla soppressione del chief scientist e alle proteste del settore, diventa invece il sintomo di una trasformazione più profonda: una NASA sempre più usata come simbolo di potenza e sempre meno difesa come infrastruttura di conoscenza.
Le critiche, infatti, non vengono solo da ex dipendenti. La Planetary Society ha lanciato una campagna pubblica contro i tagli; sul suo sito segnala anche una lettera firmata da 13 ex astronauti NASA e definisce la proposta di bilancio una minaccia diretta alla continuità della ricerca.
L’American Astronomical Society ha espresso forte preoccupazione per l’impatto dei tagli sui programmi scientifici. Non è il malumore di una corrente interna: è una parte significativa dell’ecosistema scientifico americano che sta dicendo che così si spezza la capacità della NASA di fare scienza.
Il Congresso, del resto, aveva già mostrato di non condividere questa linea. Per il 2026 ha approvato un bilancio NASA da 24,44 miliardi di dollari, lasciando alla scienza 7,25 miliardi, cioè un taglio minimo rispetto a quanto chiesto dalla Casa Bianca.
Secondo la Planetary Society, la Camera aveva approvato quel quadro con 397 voti contro 28 e il Senato con 82 contro 15. Il conflitto quindi non è tra “conti pubblici” e “romanticismo scientifico”: è uno scontro politico su quale debba essere la missione della NASA.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. La NASA continua a produrre immagini spettacolari della Terra vista dallo spazio, ma rischia di perdere gli strumenti che servono a comprenderla. Satelliti, modellistica climatica, osservazione dell’atmosfera, monitoraggio di incendi, siccità, oceani e inquinamento non sono accessori ideologici: sono pezzi della capacità pubblica di leggere il presente e pianificare il futuro.
Se si indebolisce questa funzione mentre si celebra il ritorno alla Luna, l’agenzia non viene semplicemente “riformata”: viene spinta verso una forma di grandeur spettacolare sempre meno sostenuta da conoscenza scientifica.
La vera posta in gioco non è solo il destino di qualche laboratorio. È l’idea stessa di scienza pubblica. La NASA è stata per decenni una macchina di prestigio nazionale, certo, ma anche una struttura che produce dati aperti, ricerca condivisa e conoscenza utile a tutti.
Se quella funzione si restringe, restano le immagini, restano i lanci, resta la retorica della frontiera. Ma il prezzo è alto: un’agenzia che guarda la Luna mentre perde la Terra.



