Il processo per l’attentato al Crocus City Hall doveva chiudere una ferita. In realtà ne riapre un’altra, più scomoda per il Cremlino: la Russia ha un problema con lo Stato Islamico che non può né negare né mettere davvero al centro della propria politica di sicurezza.
Il 12 marzo un tribunale militare russo ha condannato all’ergastolo quattro cittadini tagiki e altri complici per la strage del marzo 2024, rivendicata dallo Stato Islamico e attribuita da funzionari americani all’ISIS-K, la branca afghana dell’organizzazione. Ma il verdetto non risolve il nodo che Crocus ha lasciato scoperto. Lo rende solo più visibile.
Per Putin il problema è politico prima ancora che giudiziario. Il massacro di Mosca ha mostrato che il nemico più letale entrato in Russia negli ultimi anni non era l’Ucraina, non era la Nato, non era l’Occidente evocato dalla propaganda quotidiana, ma una rete jihadista transnazionale capace di colpire nel cuore del paese nonostante gli apparati, i controlli e la retorica della fortezza assediata. Ammetterlo fino in fondo significherebbe spostare il baricentro della narrazione securitaria russa. E Putin non può permetterselo.
Per questo, già dopo l’attentato, il Cremlino si è mosso in modo contraddittorio. Da un lato Putin ha finito per riconoscere che i responsabili materiali erano “islamisti radicali”. Dall’altro ha continuato a suggerire un coinvolgimento ucraino, senza fornire prove, mantenendo così l’attacco dentro la cornice politica che più gli serve: quella di una Russia minacciata da nemici esterni collegati tra loro. Era un modo per non lasciare che l’ISIS-K diventasse il vero centro della paura pubblica russa.
Eppure gli elementi che puntavano verso l’ISIS-K erano chiari fin da subito. Reuters riferì già nel marzo 2024 che l’intelligence americana aveva raccolto informazioni su un piano di quell’affiliata contro Mosca.
Analisti citati nelle stesse settimane spiegavano che l’ISIS-K aveva da tempo inserito la Russia tra i propri bersagli principali, anche per il ruolo storico di Mosca in Afghanistan, in Siria e nel Caucaso, oltre che per la repressione interna nei confronti di movimenti islamisti armati. Crocus non è stato un fulmine nel cielo sereno. È stato il punto più alto di una minaccia nota, sottovalutata o comunque trattata come secondaria rispetto alla guerra in Ucraina.
Da allora non si sono visti in Russia attentati della stessa scala e dello stesso impatto. Ma il punto non è questo. Il punto è che la minaccia non è sparita, e il processo non la archivia. La Russia resta vulnerabile per almeno tre ragioni. La prima è interna: Crocus ha mostrato falle reali nei meccanismi di prevenzione e risposta di uno Stato che ama presentarsi come onnipresente.
La seconda riguarda l’Asia centrale: gli esecutori materiali erano tagiki, e la Russia dipende ancora in larga misura da manodopera migrante proveniente da quell’area, che il sistema russo continua a usare economicamente e a trattare politicamente come corpo estraneo. La terza riguarda il fronte afghano: l’ISIS-K resta una minaccia attiva nello spazio post-sovietico e costringe Mosca a una postura sempre più pragmatica verso i talebani.

È proprio qui che il quadro si fa più interessante. Per combattere l’ISIS-K, la Russia si è trovata a riavvicinarsi ulteriormente a Kabul. Nell’aprile 2025 Mosca ha rimosso i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche vietate, e nei mesi successivi emissari russi hanno parlato apertamente dell’ISIS-K come di un nemico comune da contrastare insieme.
C’è una torsione geopolitica evidente in tutto questo: il Cremlino, che per anni ha fondato la propria narrativa securitaria sul contrasto all’islamismo armato, oggi è costretto a trattare con un potere teocratico islamista per arginare una minaccia ritenuta ancora più destabilizzante.
È una scelta pragmatica, ma anche una confessione implicita. Significa che Mosca considera il suo fianco sud ancora esposto, e che vede nell’Afghanistan talebano non tanto un alleato affidabile quanto un cuscinetto necessario. Putin guarda quel fronte con il realismo duro dei regimi che non cercano coerenza ma controllo: se i talebani possono aiutare a contenere l’ISIS-K, allora diventano interlocutori utili, indipendentemente da tutto il resto. Non c’è ideologia, solo gerarchia delle minacce.
All’interno, invece, la risposta è stata quella che il putinismo conosce meglio: più repressione, più polizia, più sospetto. Dopo Crocus il clima si è indurito soprattutto verso i migranti centroasiatici, e la sicurezza è stata ancora una volta trattata come materia da affrontare quasi esclusivamente con la forza. Questo può servire a mostrare compattezza, non a risolvere il problema.
Perché una minaccia come l’ISIS-K non si neutralizza soltanto con le condanne esemplari e con l’intimidazione amministrativa. Si combatte anche con intelligence efficace, cooperazione regionale stabile, capacità di leggere le proprie periferie sociali e religiose senza trasformarle subito in serbatoi di colpa collettiva. È proprio su questo che la Russia appare più debole di quanto la sua immagine di Stato verticale lasci intendere.
Il processo di Mosca, allora, non chiude una storia. Dice soltanto che i responsabili di Crocus sono stati puniti. Ma lascia intatto il problema strategico: la Russia continua a essere un bersaglio per l’ISIS-K, e Putin continua a non poterlo dire fino in fondo. Troppo grave per essere ridotto a semplice episodio criminale. Troppo scomodo per diventare il centro della politica di sicurezza russa.
Così il Cremlino fa quello che ormai fa con tutto: condanna, reprime, devia, ricompone il racconto. Solo che questa volta il racconto è meno solido del solito. Perché la guerra che Putin vuole continuare a mostrare come origine di ogni minaccia non basta a spiegare quella che gli è esplosa dentro casa.



