La povertà in Sardegna non è più un margine sociale, una fascia residuale da misurare con le vecchie categorie dell’indigenza. È una condizione che si allarga dentro la vita ordinaria, dentro il lavoro, dentro i bilanci familiari apparentemente normali.
I numeri emersi nel focus “L’Italia delle povertà – Focus sulla Sardegna”, presentato a Cagliari da ACLI Sardegna insieme a IARES e all’Alleanza contro la povertà, raccontano proprio questo scarto: nell’isola oltre il 17% delle famiglie vive in povertà relativa, contro un dato nazionale intorno all’11%; il 36,2% dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà, quasi il doppio della media italiana del 18,2%; quasi sei famiglie su dieci non riescono a risparmiare e il 54% non sarebbe in grado di affrontare una spesa imprevista. Non sono numeri che descrivono un incidente. Descrivono una struttura.
La prima cosa da capire è che qui la povertà non coincide più soltanto con l’assenza di reddito. Coincide sempre più spesso con l’insufficienza del reddito. È una differenza decisiva. Il punto non è solo quante famiglie non hanno nulla; il punto è quante famiglie hanno qualcosa ma non abbastanza per reggere l’aumento del costo della vita, degli affitti, delle bollette, della precarietà, della fatica quotidiana.
Quando quasi quattro famiglie su dieci dichiarano di avere difficoltà ad arrivare a fine mese, il problema non riguarda più solo gli esclusi dal mercato del lavoro: riguarda anche chi nel mercato del lavoro c’è, ma ci sta in modo intermittente, fragile o povero. La povertà, insomma, non è fuori dal sistema economico. È dentro.
Il secondo dato importante è che in Sardegna il disagio economico si presenta come una fragilità a catena. Il 54% delle famiglie incapaci di affrontare una spesa imprevista significa esattamente questo: basta poco per saltare. Una bolletta più alta, una riparazione, una visita medica, una mensilità d’affitto in ritardo, un problema di trasporto, e il bilancio familiare scivola fuori controllo.
È la definizione più concreta di vulnerabilità sociale: non la miseria assoluta, ma l’impossibilità di assorbire gli urti. Una società così non è solo più povera. È più esposta, più ricattabile, più stanca.
Anche il reddito medio familiare aiuta a capire il quadro. Nel focus presentato da Caritas Sardegna i dati riportano per l’isola un reddito medio familiare di 33.343 euro nel 2023, con un divario dell’11% rispetto alla media nazionale di 37.511 euro. Preso da solo, questo numero potrebbe sembrare appena indicativo.
Messo accanto agli altri, racconta invece una dinamica precisa: redditi più bassi, minore capacità di risparmio, maggiore esposizione agli imprevisti e quindi una discesa molto più rapida verso la povertà relativa. In una regione dove il margine è già sottile, ogni aumento dei prezzi pesa di più e ogni forma di precarietà diventa più destabilizzante.

Il quadro si aggrava se lo si confronta con ciò che la rete Caritas osserva sul territorio. Nel XX Report su povertà ed esclusione sociale della Delegazione Caritas Sardegna, pubblicato nel novembre 2025, si segnala che nel 2024 le persone transitate nei Centri di ascolto Caritas dell’isola sono aumentate del 4,8% rispetto all’anno precedente, arrivando a 11.440. Le richieste di aiuto registrate sono state 63.647, in larga parte legate a beni e servizi di prima necessità, come alimenti, bollette e farmaci.
Questo non fotografa solo un bisogno estremo; mostra una pressione crescente sui dispositivi elementari della sopravvivenza quotidiana. Quando aumentano le domande di aiuto per mangiare, per curarsi e per pagare le utenze, significa che la povertà ha già superato la soglia della compressione silenziosa ed è diventata una questione sociale aperta.
C’è poi un punto che troppo spesso viene lasciato sullo sfondo, ma che dal convegno di Cagliari è emerso con chiarezza: in Sardegna il disagio economico è strettamente intrecciato al disagio sociale e psicologico. Nei materiali rilanciati dopo l’incontro si insiste sul fatto che la pandemia ha aggravato precarietà, perdita di occupazione, isolamento e difficoltà relazionali, e che la debolezza dei servizi territoriali rende più difficile intercettare chi scivola verso forme di vulnerabilità complesse.
Questo vuol dire che la povertà non va letta solo come una riga di bilancio o una statistica sui consumi. Va letta come una rottura della capacità di tenere insieme vita materiale, salute, relazioni e fiducia nelle istituzioni.
Per questo la formula “allarme povertà” rischia perfino di essere insufficiente. L’allarme presuppone una deviazione momentanea, qualcosa che esplode e poi rientra. Qui invece si vede una tendenza più profonda: la povertà in Sardegna non si presenta come una fiammata, ma come una normalizzazione dell’insicurezza.
La Regione ha un Osservatorio sulle povertà istituito proprio per individuare politiche efficaci di contrasto, ma la distanza tra il monitoraggio e la capacità di invertire la tendenza resta enorme.
Se più di una famiglia su tre fatica ad arrivare a fine mese e più della metà non riesce a fronteggiare un imprevisto, il punto non è soltanto misurare il fenomeno. Il punto è ammettere che l’isola sta entrando in una zona in cui il lavoro non protegge più abbastanza, il welfare non compensa abbastanza e il reddito non basta più a garantire stabilità.
Il dato più politico, alla fine, è questo: la Sardegna non è soltanto più fragile di quanto si racconti. È più fragile di quanto il discorso pubblico sia disposto a riconoscere. Perché finché la povertà viene immaginata come una condizione estrema che riguarda altri, la si può trattare come una parentesi.
Ma quando riguarda quote così alte di famiglie che lavorano, spendono, pagano affitti, crescono figli e tuttavia non reggono il mese, allora non siamo più davanti a un’emergenza sociale. Siamo davanti a un modello economico che produce vulnerabilità diffusa e la distribuisce come nuova normalità.



