Il dovere d’identificare i corpi senza nome del Mediterraneo

Il mare di febbraio, agitato da giorni di mareggiate, sta riportando a riva ciò che in genere resta invisibile: i corpi di persone morte lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Tra Calabria e Sicilia, nelle ultime ore, sono stati recuperati tredici cadaveri senza identità: nove tra Pantelleria e il Trapanese, quattro lungo la costa tirrenica calabrese, con l’ultimo ritrovamento segnalato a Tropea.

In un caso sono stati alcuni studenti ad avvistare in acqua quello che sembrava un doppio corpo; era un solo resto, trascinato dalle onde con un salvagente arancione ancora addosso. Il comandante della Capitaneria di porto di Tropea, Giuseppe Durante, ha raccontato di aver riconosciuto quel tipo di salvagente, ricorrente nei soccorsi a imbarcazioni di migranti, e di essersi dovuto tuffare nel mare mosso per recuperare ciò che rimaneva.

La cronaca registra luoghi, date, interventi di Guardia Costiera e forze dell’ordine, Procure informate e autopsie disposte per accertare cause della morte ed eventuali segni di violenza. Ma la sequenza di ritrovamenti dice anche un’altra cosa: esiste una contabilità che inizia solo quando un corpo arriva sulla spiaggia.

Prima, spesso, non c’è SOS, non c’è relitto, non c’è una notizia che costringa istituzioni e opinione pubblica a vedere. Si parla di “naufragi fantasma” perché accadono fuori campo e vengono ricostruiti a posteriori, quando correnti e mareggiate restituiscono frammenti di ciò che è stato.

È in quel momento che la morte, oltre a essere tragedia, diventa anche un problema amministrativo e giudiziario: identificare. La formula “cadaveri senza nome” non è solo un modo di dire.

In Italia esiste un Registro nazionale dei cadaveri non identificati, gestito dall’Ufficio del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, che raccoglie i casi di corpi e resti rinvenuti senza identità, corredati da elementi descrittivi utili al riconoscimento: segni particolari, caratteristiche fisiche, oggetti trovati addosso, informazioni raccolte al momento del recupero e degli accertamenti medico-legali.

Il registro è in aggiornamento costante ed è consultabile tramite ricerche per parole chiave, proprio per rendere possibile l’incrocio tra un “corpo trovato” e una “persona cercata”.

Questa filiera, però, funziona solo se la raccolta delle informazioni è omogenea e tempestiva. Negli anni il Ministero dell’Interno ha più volte sottolineato la necessità di procedure standard per il confronto dei profili genetici e per la gestione coordinata dei dati su persone scomparse e corpi senza identità: la differenza tra un “ritrovamento” e un’identificazione spesso sta in ciò che viene repertato nelle prime ore, e in come quei dati entrano nelle banche dati.

È un lavoro tecnico, ma ha un significato civile: senza un’impronta affidabile, senza un profilo DNA utilizzabile, senza un corredo descrittivo completo, la possibilità di restituire un nome si riduce drasticamente.

Foto Pjotr Mahhonin, CC BY-SA 4.0 (Wikimedia Commons)

Accanto al registro istituzionale, c’è poi la parte più difficile: costruire l’altra metà dell’incrocio, quella “ante mortem”. Per identificare un corpo occorre spesso un confronto con informazioni che arrivano da chi è rimasto a terra: parenti che cercano, fotografie, cicatrici, cartelle cliniche, campioni biologici, racconti.

È il terreno su cui lavorano da anni gruppi forensi e progetti umanitari. Il laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università di Milano (LABANOF), impegnato anche sulle grandi stragi in mare, spiega che per il naufragio del 18 aprile 2015 — quello del “barcone” affondato con circa mille persone a bordo — sono stati raccolti dati antemortem da oltre trecento famiglie, proprio per rendere possibile il confronto con i dati postmortem delle vittime recuperate.

Dietro quella cifra non c’è statistica: c’è la prova che molti vengono cercati, e che la ricerca può diventare identificazione solo se esiste un canale stabile tra famiglie, autorità e medicina legale.

L’Italia, sulla carta, gli strumenti li ha: un registro, direttive sul DNA, protocolli che in alcune aree stanno cercando di uniformare pratiche e responsabilità. Nella realtà, la filiera resta discontinua, perché dipende da risorse, priorità investigative, competenze territoriali e coordinamento tra uffici diversi.

Le differenze operative tra Procure, la disponibilità di laboratori, il tempo che passa prima che un caso venga “agganciato” a una denuncia di scomparsa, sono tutti punti in cui la dignità della persona può sfaldarsi in burocrazia. È una seconda sparizione: non più nel mare, ma nell’archivio incompleto che lascia un corpo senza nome e una famiglia senza risposta.

La serie di ritrovamenti di questi giorni, per quanto piccola rispetto alla scala del fenomeno, mette a nudo proprio questo: l’Europa vede le morti quando diventano presenti sulle sue spiagge, ma la democrazia si misura su ciò che fa dopo.

Non basta recuperare. Occorre saper descrivere, catalogare, conservare, confrontare; occorre avere procedure che non trattino l’identificazione come un extra, ma come parte dell’obbligo pubblico.

Perché la differenza tra “cadavere” e “persona” non è una sfumatura linguistica: è il nome, la storia, la possibilità di un lutto vero. E se il Mediterraneo continua a restituire corpi, l’unica risposta che non sia rituale è fare in modo che restituisca anche identità.

Foto Piergiuliano Chesi, CC BY 3.0 (Wikimedia Commons)