Mi è capitato molte volte che qualcuno con cui stavo discutendo di politica chiosasse con: “l’ha detto Chomsky”. Fine della discussione. Perchè Chomsky è da decenni un po’ l’ipse dixit della sinistra marxista mondiale. Eppure … Eppure la sua modalità argomentativa mi ha sempre lasciato grossi dubbi …
Non per un capriccio estetico, né per la solita allergia all’intellettuale famoso. Il problema è più tecnico, quasi meccanico: Chomsky, nel dibattito pubblico, funziona spesso come una leva che sposta peso senza muovere pensiero. Una citazione e via. È come quei cartelli “vietato fumare”: non ti spiegano perché, ti ricordano chi comanda. Solo che qui il comando è gentile, progressista, con bibliografia.
E in effetti il punto non è Chomsky, ma ciò che gli è cresciuto intorno. Un ecosistema. Un microclima. Un’abitudine mentale. Se dici “Chomsky” in certi ambienti, non stai nominando un autore: stai attivando un riflesso condizionato. Non ottieni una discussione, ottieni un cenno del capo. Non ottieni un’argomentazione, ottieni un sollievo. Come se la complessità, finalmente, avesse trovato un padrino affidabile.
È un fenomeno curioso, perché si consuma proprio dentro una cultura politica che, in teoria, diffida dell’autorità. La sinistra si racconta come il luogo del dubbio, della critica, della decostruzione. Poi però arriva il nome giusto e improvvisamente il dubbio si prende una pausa caffè. Non è una contraddizione morale: è una contraddizione funzionale. E infatti produce effetti pratici: rende pigri. Trasforma il ragionamento in appartenenza. E, soprattutto, crea una zona d’immunità attorno al totem.
Qui entra Jeffrey Epstein. E conviene farlo entrare subito, non per gusto di scandalo ma per chiarezza logica. Il caso Epstein è uno di quei rari momenti in cui la sinistra è costretta a scegliere se vuole essere adulta o devota. Non serve inventarsi niente, né alludere. Basta restare ai fatti documentati e osservare come reagisce il coro.
I fatti, in sintesi, dicono questo: esistono tracce di incontri programmati e incontri avvenuti tra Chomsky ed Epstein negli anni successivi alla condanna di Epstein, con almeno un incontro confermato in ambito Harvard. Interpellato sul rapporto, viene riportata una risposta attribuita a Chomsky che suona come un “non è affar vostro”, insieme alla descrizione di incontri “occasionali”.
Nel 2018 emerge una movimentazione di denaro significativa collegata a conti associati a Epstein in relazione a fondi di Chomsky, spiegata da Chomsky come un passaggio tecnico di denaro proprio. Nel 2025 vengono resi pubblici ulteriori materiali: email e documenti che parlano di contatti regolari, inviti logistici, testi di apprezzamento; e compaiono foto d’archivio in cui i due stanno insieme, con la precisazione ovvia che una foto non è, da sola, prova di illeciti.
Stop. Non serve altro. Non serve insinuare complicità in crimini: sarebbe scorretto e inutile. Quello che serve è una domanda politica molto più interessante: che cosa succede quando un intellettuale che ha costruito gran parte del suo prestigio sulla critica delle élite e sulla trasparenza verso il potere, davanti a un rapporto con un miliardario predatore già “marchiato”, risponde in termini di fastidio proprietario? Non la trasparenza, non il chiarimento pubblico, non il “capisco la domanda”: il “non è affar vostro”.
Qui la questione diventa immediatamente collettiva. Perché “non è affar vostro”, in politica, è una frase che non appartiene alla critica del potere. Appartiene al potere. È la frase con cui il potente rimette al suo posto l’impudente. È la frase che chiude le porte. È la frase che trasforma una relazione in un privilegio: tu non hai titolo per chiedere.
A questo punto, la reazione dei devoti è sempre la stessa, e qui il sarcasmo è quasi un servizio pubblico. Partono le varianti del catechismo: “strumentalizzazione”, “campagna mediatica”, “guilt by association”, “non prova nulla”. Tutto vero, preso singolarmente. Ma preso insieme è un’operazione: non una difesa razionale, una neutralizzazione.
Il trucco è spostare la domanda. La domanda non è “ha commesso reati?”, domanda che nessuno serio sta ponendo. La domanda è “che cosa dice, di noi e dei nostri criteri, questa normalizzazione?”. E su questa domanda, improvvisamente, cala il silenzio. Un silenzio molto eloquente, perché è il silenzio di chi ha paura di scoprire che il proprio rigore vale solo verso l’esterno.

La cosa più ironica è che Chomsky, nei suoi libri e interventi, ha costruito una critica del neoliberismo e della concentrazione di ricchezza e potere con un’impostazione spesso moralmente esplicita: non solo “il sistema funziona così”, ma “il sistema riduce la democrazia, cattura le istituzioni, sposta i costi sui più deboli, colonizza l’immaginario”. C’è un lessico etico, perfino pedagogico: il profitto contrapposto al dovere umano, la vita pubblica contrapposta alla privatizzazione del mondo. È un impianto che ha formato generazioni.
E proprio per questo l’episodio Epstein è un banco di prova formidabile: perché costringe a vedere quanto sia facile essere radicali contro “la plutocrazia” come categoria e quanto sia più complicato restare pubblici e coerenti quando la plutocrazia ti invita nel suo salotto. L’élite, quando è diagramma, è repellente. Quando è persona che ti ascolta, ti riconosce, ti fa domande intelligenti, diventa “complessa”. E allora la critica del potere rischia di diventare estetica del potere: lo si detesta da lontano, lo si frequenta da vicino, e in mezzo si chiama tutto questo “sfumatura”.
Ora, qualcuno obietterà: ma Chomsky è un accademico, discute con chiunque, il dialogo è libero, la pena era stata scontata, eccetera. Possibile. Anzi, plausibile. Ma è qui che si vede il punto: se il dialogo è libero, allora anche la domanda è libera. Se l’interlocuzione è pubblicamente difendibile, allora è pubblicamente spiegabile. Se invece la spiegazione si riduce a “non è affar vostro”, allora il problema non è l’incontro: è la pretesa di immunità.
Ed è qui che torna il tema iniziale, quello dell’ipse dixit. L’adorazione produce una conseguenza precisa: quando l’idolo è sfiorato da una contraddizione, la contraddizione non diventa materiale di analisi. Diventa contaminazione da isolare. Si attiva la quarantena. Si cambia discorso. Si chiede decoro. Si invoca la “correttezza” metodologica – che, ripeto, è sacrosanta – non per cercare la verità, ma per evitare la domanda politica. Il risultato è paradossale: si brandisce il rigore come scudo contro il rigore.
C’è anche un altro aspetto, meno appariscente ma più corrosivo: la postura epistemica. Chomsky è spesso perentorio. Non nel senso triviale della supponenza, ma nel senso strutturale di chi parla da posizione di competenza consolidata: la realtà è già stata letta, i fatti sono già stati ordinati, il dissenso appare spesso come distrazione o ingenuità.
Questo stile, unito al prestigio accumulato, genera un tipo umano riconoscibile: il seguace che non discute, corregge. Non ascolta, confuta. Non apre, chiude. È un atteggiamento che, in piccoli circoli, può anche dare l’illusione di efficienza. Ma su scala politica è veleno: produce settarismo elegante, la forma più piacevole di sterilità.
E allora sì, la questione Epstein non “dimostra” nulla in senso penale, e chi usa quel caso per insinuare crimini sta facendo un altro mestiere. Ma in senso politico dimostra moltissimo, perché mostra come una cultura che si proclama critica possa scivolare nella protezione dell’autorità quando l’autorità è interna.
Mostra come la sinistra, a volte, sia più severa con i nemici che con i propri idoli. Mostra come il linguaggio del potere (“non è affar vostro”) possa essere tollerato e persino giustificato se pronunciato con l’accento giusto.
Per questo, a me, interessa meno Chomsky e più il chomskyismo. Mi interessa l’uso che se ne fa. Mi interessa quella trasformazione sottile per cui un autore diventa un alibi: non devo pensare, perché qualcuno ha già pensato. Non devo discutere, perché posso citare. Non devo attraversare la contraddizione, perché posso negarne il titolo d’esistenza.
Se vogliamo essere seri, allora la domanda non è “Chomsky è buono o cattivo?”, domanda infantile. La domanda è: vogliamo una sinistra che ragiona o una sinistra che recita? Vogliamo una cultura politica che sa trattare i propri simboli come esseri umani, cioè come contraddizioni viventi, oppure vogliamo un santuario di certezze? Perché il santuario è comodo. Ti protegge. Ma non cambia nulla. E quando arriva la realtà, quella realtà fatta di reti, soldi, favori, accessi, reputazioni, il santuario non ti salva: ti rende solo più facile da prevedere.
E adesso? Che ci facciamo con tutti i libri di Chomsky? Li teniamo. Ma li spostiamo: dall’altare al tavolo. Perché molti restano utili, eccome, per capire propaganda, impero, potere economico travestito da buon senso. Solo che un libro può essere una lente eccellente e un pessimo alibi. Libri in casa, venerazione fuori. E se proprio serve un’etichetta da appiccicare sopra, eccola: “Attenzione: può creare dipendenza da autorevolezza. Usare con senso critico.”



