Il blitz compiuto dalle forze dell’ordine a Palermo lo scorso 10 dicembre, sotto la supervisione della Direzione Distrettuale Antimafia, suscita sentimenti contrapposti. Se da un lato si potrebbe plaudere all’azione repressiva condotta dagli inquirenti e dalle forze dell’ordine, dall’altro lato qualche preoccupazione non si può escludere.
E’ vero, sono state arrestate 50 persone, sequestrati due kg di hashsish e 4 di cocaina, ma si parla di una Cosa Nostra rivitalizzata, pronta a riprendere la sua presa capillare sul territorio. In altre parole, non bisogna abbassare la guardia rispetto a Cosa Nostra palermitana. Tanto più che ad essere coinvolti sono i “mandamenti”, ovvero le aggregazioni territoriali delle famiglie mafiose, storici, come la Noce e Brancaccio.
In realtà, se usciamo dalla sfera emotiva e inquadriamo l’azione repressiva all’interno di una cornice razionale, le riflessioni e i dubbi sorgono spontanei. Il blitz del 10 dicembre è stato preceduto da 19 arresti per spaccio di stupefacenti allo ZEN, storico ghetto della periferia palermitana che porta la firma dell’archistar Vittorio Gregotti.
E’ proprio la formula dei blitz a renderci perplessi. Non tanto perché, come spesso è successo, le retate si sgonfiano cammin facendo, quanto perché, negli ultimi anni, gli arresti in massa, le disarticolazioni presunte delle strutture mafiose, rappresentano un copione ridondante, un rituale, che suscita più di un interrogativo in merito alla loro efficacia.
Basta avere un po’ di voglia di spulciare, su carta oppure online, le cronache locali palermitane. Si farà presto ad accorgersi che, ogni quadrimestre, le cronache di arresti in massa, di presunte disarticolazioni di famiglie e mandamenti, occupano la scena della cronaca locale.
Ad essere interessati da queste operazioni, sono sempre raggruppamenti mafiosi giudicati “storici”, come se si volesse avvertire che Cosa Nostra è sempre sulla soglia di rinverdire i fasti dei tempi di Stefano Bontate o dei Corleonesi. Non a caso si punta il dito sulle attività estorsive esercitate in modo capillare, secondo gli inquirenti molto più estese ma irrilevabili per l’omertà degli esercenti.
A questo proposito, la seconda perplessità sorge spontanea. Se è vero che la richiesta del pizzo serve al duplice scopo di affermare, da parte dell’organizzazione mafiosa, la sua presenza sul territorio e di mantenere i membri detenuti e le loro famiglie, più che di fronte ad una rinnovata pericolosità, sembra di trovarsi soltanto davanti alla conferma che Cosa Nostra esista ancora. O che esistono organizzazioni criminali che, per cultura e routine, ne riproducono i modelli organizzativi e operativi.
A maggior ragione, se le conseguenze dei blitz sono gli arresti in massa, è evidente che un numero maggiore di detenuti induca l’organizzazione criminale a serrare le fila e a vessare gli operatori economici del territorio. Non è perciò la conferma di una maggiore pericolosità di Cosa Nostra.
Per giungere a quella conclusione, sarebbe necessaria una valutazione più accurata, che si potrebbe ottenere indagando sulle forme di estorsione che potremmo chiamare indiretta, attraverso le quali le mafie intervengono nelle attività legali: per esempio, i “consigli” ad assumere una persona o a rifornirsi presso un concessionario specifico. Soprattutto, si dovrebbe andare a indagare sui flussi di apertura e chiusure di attività, sul cambiamento di ragione sociale o di proprietario.

Di questo tipo di indagini, che darebbe una misura più attendibile della pervasività di Cosa Nostra all’interno del tessuto economico locale, non se ne ritrova alcuna traccia. Tra l’altro, si tratterebbe di un percorso agevolato da precedenti indagini condotte nel Nord Italia negli anni precedenti, come Aemilia, Vulcano o ‘Ndrangheta Padana, per cui sarebbe sufficiente riprodurre lo schema.
Viceversa, si parla delle attività illegali che potremmo definire tradizionali, ovvero le estorsioni, il traffico e lo spaccio di stupefacenti, le scommesse clandestine. In particolare, rispetto alle sostanze, appare interessante il passaggio che evidenzia il collegamento con clan camorristici.
Un elemento che richiama al blitz dello scorso febbraio, quando venne intercettato un mafioso che si lamentava perché, mentre negli anni ottanta Cosa Nostra poteva contare su carichi ingenti, smistati via mare, adesso deve arrabbattarsi coi panetti di hashish, che devono arrivare per gentile concessione di camorra e ‘ndrangheta.
Ovviamente, rimane sempre tabù la questione relativa alla produzione e al consumo delle sostanze, e alla possibilità di intervenire sulle politiche proibizioniste che, oltre a produrre costi in termini di morti e ordine pubblico, si sono rivelate assolutamente inefficaci a contrastare il fenomeno.
La terza perplessità si riferisce allo schema delle indagini: si trova sempre un pentito, questa volta nemmeno appartenente direttamente a Cosa Nostra, pronto a fare rivelazioni. Una dinamica che ci fa dire che, un’organizzazione criminale che, oltre ad adepti, produce pentiti con cadenza regolare, che consentono blitz, o è debole, oppure si è mancato il bersaglio.
In quanto si agisce in basso, sugli anelli più deboli della catena, ma si trascurano le altre articolazioni, in particolare col mondo legale. Di sicuro, non siamo di fronte alla Cosa Nostra che decideva sindaci, assessori, presidenti della regione, che disegnava il piano regolatore a misura di Sacco di Palermo, che godeva di protezioni politiche ad alto livello, che, se minacciata, non esitava a ricorrere ai delitti eccellenti.
Quella è una storia finita. Per via del pentitismo inizialmente fiorito in risposta alla scalata dei Corleonesi, per la caduta del muro di Berlino, che, oltre a rendere inutilizzabile Cosa Nostra sul piano politico, ha favorito l’irrompere sulla scena di altre organizzazioni. I cui modelli organizzativi, radicalmente diversi, le rendono proteiformi, sfuggenti, ma ben inserite all’interno delle economie lecite, grazie anche alla deregulation finanziaria.
L’ultima perplessità che ci sentiamo di muovere, in realtà, è un’ipotesi che muove da una domanda: perché a Palermo si continuano a fare i blitz? Sembrerebbe che la procura, la DDA e le forze dell’ordine di Palermo avvertano la perdita di importanza e di attenzione mediatica, e abbiano bisogno di ritagliarsi uno spazio di attenzione, anche in funzione di una riallocazione delle risorse. E quindi si producano in blitz sistematici, adoperando schemi consolidati, che ormai, però, cominciano a mostrare i segni del tempo.
Ovviamente, il rituale del blitz, per funzionare, ha bisogno di un pubblico che formuli domanda di sicurezza, come avviene a Palermo da qualche anno a questa parte a cominciare dalla cosiddetta mala-movida. Violenza, droga, mafia. Tutto si tiene in una progressione serrata. E che trova sponda in un apparato mediatico a corto di scoop da propinare dopo che l’ultimo latitante, Matteo Messina Denaro, venne arrestato quasi tre anni addietro.
Bisognerebbe piuttosto concentrarsi sulla realtà. E accettare che a Palermo, le scorie di Cosa Nostra, si sovrappongono alle trasformazioni tumultuose del territorio, dovute all’overtourism, le quali, dietro l’apparente aumento dell’occupazione e le riqualificazioni urbane, nascondono l’acutizzarsi di contraddizioni sociali mai risolte. Nonché la possibilità di nuovi appalti milionari, che potrebbero fornire, loro sì, l’occasione di riemergere anche a Cosa Nostra. Ma su tutto questo, chissà perché, si preferisce sorvolare.



