Boicottare i supermercati Pam contro il test del carrello

In Italia oggi si può perdere il lavoro – o lo stipendio per dieci giorni – per un mascara nascosto in una busta di castagne. Non perché uno abbia rubato, ma perché non ha indovinato il trucco dell’azienda. È il “test del carrello” di Pam Panorama: un finto cliente, un ispettore in borghese che imbuca merce in punti difficili, il passaggio in cassa, e se la cassiera non vede scatta la sanzione. Prima il licenziamento in tronco, adesso la sospensione: la logica è la stessa, punitiva e intimidatoria.

Tina, 36 anni di lavoro alla Pam di Fornacette, in provincia di Pisa, è l’ultimo bersaglio. Nel video diffuso dalla Filcams Cgil di Pisa si presenta così: «Sono una lavoratrice con 36 anni di anzianità, con la 104 per un genitore invalido. Sono quindi la perfetta candidata per provvedimenti punitivi o addirittura licenziamenti. La ditta per cui lavoro preferirebbe eliminare questi lavoratori ritenuti scomodi per mettere nuovi lavoratori, giovani e con stipendi più bassi». La “colpa” contestata è non aver individuato un cosmetico nascosto dall’ispettore dentro una busta di castagne. Risultato: dieci giorni di sospensione dal lavoro e dallo stipendio, la sanzione più pesante prima del licenziamento.

Tina fa un’osservazione che dovrebbe bastare da sola a chiudere la questione: «Sono stata assunta come addetta alle vendite, non come poliziotto. Non sono tenuta ad aprire tutte le confezioni che i clienti appoggiano sul rullo. Questa condotta è lesiva della dignità del lavoratore e dei clienti, trattati come probabili ladri». È esattamente il punto. Il test del carrello prende persone assunte per vendere, servire, battere scontrini, e le trasforma in guardie giurate senza tesserino: se non fai la poliziotta a gratis, vieni punita.

Non è un episodio isolato. Il primo licenziamento in tronco per il test del carrello è stato a Siena, con il caso di Fabio Giomi, 62 anni, oltre tredici anni di lavoro alla Pam di Porta Siena, delegato sindacale, moglie invalida e figli. L’ispettore gli nasconde merce in una cassa di birra, lui non la vede, e l’azienda lo caccia per “omesso controllo”. A Livorno tocca a Tommaso e Davide, trent’anni e vent’anni di anzianità tra il punto vendita di Corea e quello di via Roma: anche loro puniti per aver “fallito” il test del finto cliente.

Il Corriere fiorentino parla chiaramente di tre licenziati in Toscana – uno a Siena e due a Livorno – tutti per la stessa prova “trappola”. Altre contestazioni anche nel Lazio, come denunciano i sindacati. E ora arriva la sospensione di Tina a Fornacette. Nel frattempo i sindacati parlano di una ventina di procedimenti disciplinari a Roma su questa stessa linea. Non è un incidente, è una modalità di gestione del personale.

Pam Panorama ha provato a giustificarsi: ha parlato di differenze inventariali e furti per 30 milioni di euro l’anno, di escalation di microcriminalità, di rapine, di “necessità di controlli”. Il test del carrello viene definito “strumento legittimo di verifica interna”, un modo per valutare “la diligenza” del personale. La stessa azienda però, raccontano le Rsu di Fornacette, fino a pochi mesi fa rispondeva che gli ammanchi alle casse veloci rientravano nel “budget”: si sapeva che i furti passavano da lì, ma si preferiva mettere a bilancio la perdita anziché investire in antitaccheggio e vigilanza privata.

Quando i furti diventano troppi e i 30 milioni iniziano a pesare, invece di chiudere la falla strutturale – casse veloci senza controllo, pochi addetti, sistemi di sicurezza tirati al risparmio – Pam decide che il problema sono le cassiere. Inventandosi test sempre più artificiosi: il rossetto nascosto nella birra, il mascara nelle castagne, il prezzo cambiato all’ultimo secondo. Se non vedi, non sei più una lavoratrice che fa il suo mestiere in condizioni di stress, ma un’anello debole da marchiare e, se possibile, da eliminare.

Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs usano parole precise: il test del carrello è una “trappola punitiva”. Mette in difficoltà i lavoratori con prove che nulla hanno a che fare con il loro mansionario, li sottopone a pressione psicologica e scarica su di loro la responsabilità di condizioni di sicurezza decise dall’azienda. Soprattutto, colpisce quasi sempre gli stessi profili: persone con molti anni di servizio, tutele aggiuntive, legge 104, ruoli sindacali, salari relativamente più alti. Non è una teoria: basta guardare i nomi e le storie.

Fabio Giomi ha 62 anni, è delegato da anni, ha carichi familiari pesanti. Tommaso e Davide a Livorno hanno carriere lunghe alle spalle. Tina ha 36 anni di anzianità e la 104 per un genitore invalido. Se c’è un tratto comune, è l’essere lavoratori “costosi” e tutelati, difficili da spostare e licenziare con la via ordinaria. Il test del carrello diventa la scorciatoia: basta un errore sotto stress, un oggetto intrappolato in una confezione, e il “difetto” disciplinare è servito.

C’è un altro aspetto, che riguarda tutti noi, non solo i dipendenti Pam. Questo meccanismo trasforma il rapporto tra cliente e cassiera in una relazione di sospetto permanente. Il cliente vero viene trattato come potenziale ladro, perché ogni volta la cassiera deve immaginare che al di là del rullo possa esserci un ispettore pronto a incastrarla. Si introduce di nascosto una forma di polizia privata diffusa, scaricando sul lavoro di cassa una funzione di controllo che dovrebbe essere svolta da chi è pagato per fare sicurezza, non da chi guadagna poco più del salario minimo.

Nel frattempo Pam non arretra. Al tavolo nazionale di fine novembre, raccontano i sindacati, l’azienda ha dichiarato di non voler ritirare i licenziamenti e di considerare il test uno strumento di gestione pienamente legittimo. Le organizzazioni sindacali parlano di “strategia ottocentesca” e di “deriva autoritaria”, annunciano mobilitazioni regionali e nazionali, presidi davanti ai supermercati, ricorsi legali in serie. A Siena, davanti al Pam di Porta Siena, la Cisl ha lanciato un presidio con lo slogan “un cuore per tutti i cassieri”. A Pisa la Filcams denuncia l’uso del test come messaggio intimidatorio per tutti: “ogni minimo errore sarà punito senza pietà”.

I numeri, in sostanza, dicono questo: almeno tre lavoratori licenziati (uno a Siena, due a Livorno) e una cassiera sospesa senza stipendio a Fornacette, più un numero crescente di procedimenti disciplinari in altri punti vendita. Tutti ruotano attorno alla stessa idea: trasformare un controllo interno in arma disciplinare, dentro un clima di paura. È un salto di qualità nel modo di governare la forza lavoro: dal contratto collettivo ai trucchetti del “cliente invisibile”.

Come Diogene Notizie, non abbiamo nessun interesse a difendere i furti nei supermercati. Ma la responsabilità di organizzare la sicurezza è dell’impresa, non di chi sta alla cassa con una fila di persone davanti e lo scontrino da battere in pochi secondi. Se l’azienda decide di puntare sulle casse veloci senza vigilanza, di risparmiare su personale e antitaccheggio, e poi prova a far pagare il conto a Fabio, a Tommaso, a Davide, a Tina, il problema non è la “diligenza” dei lavoratori: è il modello di impresa.

Per questo, da oggi, chi firma questo articolo propone una cosa molto semplice e molto chiara: boicottare i supermercati Pam.

Finché Pam Panorama non ritirerà tutti i licenziamenti legati al test del carrello, non annullerà le sanzioni disciplinari come quella inflitta a Tina, non metterà nero su bianco la fine di questa pratica punitiva e non aprirà un confronto vero con i sindacati sulle condizioni di lavoro e sulla sicurezza, la scelta più coerente che abbiamo come clienti è non entrare nei suoi punti vendita, non riempire i suoi carrelli, non alimentare con i nostri scontrini un’azienda che tratta i suoi dipendenti come colpevoli in attesa di una trappola.

Chi legge può fare una cosa in più: spiegare alla direzione del proprio supermercato perché ha deciso di andare altrove, partecipare ai presidi sindacali, dare volto e voce a chi sta subendo questo meccanismo. Se Pam vuole trasformare il carrello in un’arma contro i lavoratori, possiamo usare il nostro carrello al contrario: lasciarlo fuori dalla sua porta.