Mps, utili privati record, dopo il salvataggio pubblico gratuito

Al 30 settembre Monte dei Paschi di Siena ha realizzato ricavi per 3 miliardi e 54 milioni di euro, stabili rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+0,5%). La crescita delle commissioni nette (+8,5%) e degli altri ricavi della gestione finanziaria (+35%) ha compensato il rallentamento del margine di interesse (–7,4%). Nel terzo trimestre, i ricavi ammontano a circa un miliardo, con una flessione del 4,5% rispetto al trimestre precedente.

Sono numeri che la banca definisce “solidi”, e lo sono. Ma dietro questa stabilità contabile non c’è un miracolo di mercato, bensì il risultato di un lungo processo di salvataggio collettivo, di ristrutturazione radicale e, infine, di privatizzazione del risultato. Il Monte dei Paschi torna oggi a distribuire utili perché la parte malata del suo bilancio è stata curata con denaro pubblico. Quello che oggi appare come un ritorno alla redditività è, in realtà, la fase finale di una partita iniziata con la socializzazione delle perdite.

Nel 2017 lo Stato è intervenuto per evitare il fallimento, iniettando oltre cinque miliardi di euro e diventando azionista di maggioranza. La Commissione europea autorizzò la cosiddetta “ricapitalizzazione precauzionale”, definendo il salvataggio compatibile con le regole sugli aiuti di Stato.

Da allora Mps è stata smontata e ricostruita: riduzione drastica del personale (oltre seimila uscite), chiusura di centinaia di filiali, cessione di miliardi di crediti deteriorati, trasformazione della rete territoriale in una struttura più piccola e più leggera. Una cura durissima, presentata come necessaria per la sopravvivenza, che ha lasciato sul terreno migliaia di posti di lavoro e intere comunità bancarie svuotate.

La banca che oggi dichiara ricavi stabili non è la stessa che lo Stato salvò nel 2017. È una versione ridotta, con costi compressi e un bilancio alleggerito. I risultati “record” derivano proprio da questa cura: se tagli gran parte dei costi fissi e scarichi all’esterno le perdite, anche una crescita minima diventa profitto. La solidità attuale è il frutto di un equilibrio artificiale, ottenuto grazie a interventi che hanno trasferito il peso economico sulle spalle pubbliche e sui lavoratori.

A favorire la fase di recupero è stata anche la politica monetaria. Tra il 2022 e il 2023, l’aumento dei tassi d’interesse deciso dalla Banca centrale europea ha generato margini straordinari per tutti gli istituti di credito. Mps, ripulita e con un costo del rischio ridotto al minimo, ne ha beneficiato in modo pieno.

Di . Ray in Manila – https://www.flickr.com/photos/rayinmanila/51707894733/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=126149474

Il margine d’interesse è esploso, consentendo utili record dopo anni di perdite. Ora che i tassi iniziano a scendere, il margine si contrae e la banca compensa spingendo su commissioni e attività finanziarie. È la prova che la “rinascita” non poggia solo su capacità industriale, ma su una congiuntura favorevole che potrebbe non ripetersi.

Anche la strategia di comunicazione riflette questa esigenza. Lo Stato, ancora azionista al 39%, punta a dismettere la propria partecipazione entro i prossimi anni. Per farlo ha bisogno di presentare un istituto sano, pronto per il mercato, capace di produrre utili e dividendi. La retorica della “banca tornata competitiva” serve quindi anche a questo: preparare il terreno per la cessione della quota pubblica. Lo Stato entra come salvatore e si ritira come venditore, dopo aver pagato la bonifica.

Il punto politico, più che economico, è proprio qui. Quando una banca pubblicamente salvata torna a generare profitti, la domanda è semplice: quanto di quel ritorno arriva alla collettività che l’ha finanziata?

Nel caso di Mps, la risposta è quasi nulla. I sacrifici rimangono a carico di chi li ha sostenuti – i lavoratori, i contribuenti, le comunità locali – mentre i benefici sono pronti a tornare nelle mani dei nuovi investitori. È la vecchia regola del capitalismo finanziario contemporaneo: si socializzano le perdite, si privatizzano i profitti.

Nessuno contesta che Mps oggi sia tecnicamente più efficiente, patrimonialmente più solida e più in grado di reggere il mercato. Ma la sua rinascita racconta soprattutto la capacità del sistema bancario italiano di riscrivere la storia in modo da presentare come virtù ciò che è in gran parte conseguenza di un soccorso pubblico.

L’operazione è riuscita: i numeri sono puliti, i coefficienti patrimoniali alti, la reputazione ricostruita. Ma dietro il linguaggio del rilancio resta la sostanza di una banca che vive grazie a una gigantesca trasfusione di denaro statale.

Chiamare tutto questo “successo” è una scorciatoia semantica. Più corretto dire che Monte dei Paschi è stato riportato in superficie da mani pubbliche e che ora galleggia, con eleganza, sulla superficie di un mare ancora pagato dai contribuenti. Il sistema lo considera un segnale di efficienza. In realtà è solo il rovescio di un vecchio copione: quando i costi sono collettivi, il profitto diventa più facile.