La sparatoria del 24 agosto contro la nave Ocean Viking di SOS Méditerranée non è un incidente di mare, ma l’istantanea perfetta di un sistema che negli stessi giorni ha fermato anche la nave italiana di soccorso Mediterranea.
Da un lato, una motovedetta della cosiddetta guardia costiera libica – che possiamo chiamare per quello che è, cioè milizie armate al servizio di poteri locali, talvolta veri e propri pirati di Stato libici – spara per venti minuti “ad altezza testa” contro una nave che ha già a bordo 87 persone salvate.
Dall’altro, lo Stato italiano applica il decreto Piantedosi contro chi quelle persone le porta nel porto più vicino. In mezzo ci sono l’Unione europea che continua a finanziare la cooperazione con la Libia e un centro di coordinamento a Tripoli che non garantisce gli standard minimi di una zona SAR, ma che riceve le posizioni operative delle navi e può girarle a chi poi in mare aggredisce o respinge.
Il 24 agosto la sequenza è chiara: la Ocean Viking ha già fatto il salvataggio, non si tratta di una nave che sta forzando le acque territoriali o di uno sbarco contestato, eppure la motovedetta libica le si avvicina e apre il fuoco. Non è la prima volta: le ong contano più di sessanta episodi di violenza o intimidazione in dieci anni.
È per episodi come questo che tredici organizzazioni di soccorso hanno deciso di sospendere le comunicazioni con il JRCC di Tripoli, cioè l’organo che formalmente coordina i soccorsi nella zona SAR libica ma che in pratica è spesso irraggiungibile, non opera h24 e non offre mediazione linguistica.
La loro accusa è semplice: ogni volta che comunichiamo la posizione, diamo alle milizie la possibilità di arrivare, sparare, o soprattutto riportare a forza in Libia le persone appena salvate, cioè in un luogo che non è sicuro.
Qui entra la parte italiana. Perché se le ong non comunicano con Tripoli, l’Italia le sanziona. Succede a Mediterranea, che ha una particolarità: è la nave civile italiana. Non la puoi liquidare come “ong straniera ideologica”: è un pezzo di società civile di questo paese.
Nel weekend in cui i pirati di Stato libici sparano alla Ocean Viking, Mediterranea soccorre e sbarca nel porto più vicino, Trapani, invece di andare fino a Genova come le era stato indicato. Risultato: fermo amministrativo e multa in applicazione del decreto Piantedosi.
Alcuni tribunali italiani nei mesi successivi riconosceranno l’illegittimità di diversi fermi alle navi umanitarie, ma intanto la linea politica è passata: lo Stato usa lo strumento amministrativo per piegare le ong, anche quando queste stanno semplicemente applicando il principio del porto sicuro più vicino.
Questo meccanismo regge perché a monte c’è una scelta europea: continuare a pagare la Libia per intercettare migranti e riportarli a terra. Le ong hanno calcolato decine di milioni di euro stanziati tra 2015 e 2027 per sostenere quel dispositivo.

Significa che l’UE sa che la cosiddetta guardia costiera libica non rispetta gli standard internazionali, sa che le persone riportate in Libia finiscono spesso in centri di detenzione dove avvengono torture, stupri, lavori forzati, eppure mantiene aperto il rubinetto. È il prezzo politico per dire all’opinione pubblica europea che “le partenze sono sotto controllo”.
Dentro questo quadro il caso Almasri è illuminante. Si tratta di un ufficiale libico accusato a livello internazionale di torture e gravi violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione. Viene fermato in Italia, ma l’Italia non lo consegna alla giustizia internazionale e lo rimanda in Libia.
È l’esempio concreto di come, quando c’è di mezzo la collaborazione sul controllo dei flussi, il nostro paese è pronto a chiudere un occhio perfino davanti a figure indicate come responsabili di violenze sistematiche.
Se rimandi a casa un uomo accusato di tortura invece di consegnarlo alla Corte penale internazionale, stai dicendo che quel pezzo di apparato libico ti serve più da libero che da imputato.
È la stessa logica che troviamo in mare: ci servono quelle motovedette, anche se sparano; ci serve quel centro di coordinamento, anche se non garantisce i requisiti; ci servono quei partner, anche se gestiscono lager.
Messa così, la scelta delle tredici ong riunite nella nuova Justice Fleet è quasi obbligata: se comunicano la loro posizione al JRCC libico, rischiano di consegnare i naufraghi a chi li picchierà o li rinchiuderà; se non comunicano, rischiano multe, fermi o confische nei porti italiani.
Hanno deciso di correre il rischio in Italia piuttosto che essere complici di respingimenti illegali. È una posizione politica e umanitaria allo stesso tempo: non si può chiedere a chi salva di collaborare con chi spara.
C’è poi un ultimo livello, quello giudiziario. In più occasioni i tribunali italiani hanno sospeso o annullato fermi amministrativi contro le navi di soccorso, segnalando che la cornice costruita dal decreto Piantedosi è fragile, a volte sproporzionata, e in diversi casi in contrasto con l’obbligo di soccorso in mare.
Questo significa che non siamo di fronte a una legge lineare applicata a soggetti riottosi, ma a una volontà politica che prova a usare il diritto amministrativo per ottenere il risultato che non può ottenere apertamente: far sì che le ong diventino un pezzo del sistema di esternalizzazione verso la Libia.
La catena, se la guardiamo dall’alto, è questa: l’UE e l’Italia finanziano e addestrano la componente libica; il JRCC di Tripoli riceve le informazioni operative; i pirati di Stato libici intercettano, sparano o respingono; le persone migranti vengono riportate in luoghi non sicuri; le ong che non vogliono essere parte di questo meccanismo vengono colpite nei porti europei.
Il caso Almasri dimostra che non è una serie di incidenti: è una politica. E quando una politica accetta sia chi spara alle navi sia chi tortura nei centri, allora chi fa soccorso civile non ha molte strade: o si allinea, o rompe. Justice Fleet ha scelto di rompere.



