Con la sua prima esortazione apostolica, Dilexi Te, il nuovo pontefice Leone XIV – matematico, filosofo, uomo di formazione scientifica – entra a pieno titolo nel dibattito sociale contemporaneo. Il testo affronta di petto il tema della povertà, che definisce «il problema dei problemi», denunciando tanto il fatalismo economico quanto la retorica meritocratica.
È, in sostanza, una critica al dogma del mercato autoregolato e all’illusione del cosiddetto “sgocciolamento” (il trickle down): l’idea secondo cui la ricchezza, una volta creata ai vertici, finirebbe prima o poi per scendere fino agli ultimi.
Leone XIV scrive che la povertà non è solo mancanza di denaro, ma una “miseria multidimensionale” che tocca anche la sfera morale, culturale e spirituale. Denuncia le ideologie che difendono “l’autonomia assoluta dei mercati” e ricorda che “i poveri non possono aspettare”. Attacca la meritocrazia come falsa giustificazione dell’ingiustizia sociale: non è vero, sostiene, che “i poveri sono tali perché non hanno meritato”.
È una posizione in parte più europea che americana, sensibile alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa, da Leone XIII a Francesco, e attenta alle diseguaglianze strutturali più che alla colpa individuale.
Fin qui, un materialista può riconoscere una notevole convergenza sul piano dell’analisi empirica: la povertà non nasce da pigrizia o difetti morali, ma da cause sociali e istituzionali; il mercato non riequilibra da solo; la diseguaglianza si riproduce e tende ad aumentare.
Tuttavia, le motivazioni e gli obiettivi restano profondamente diversi.
Per la Chiesa, la povertà è sì un male da combattere, ma anche una condizione che rimanda al senso della “creaturalità” umana, al nostro limite, alla dipendenza da Dio. Va distinta la miseria subita – ingiusta e inumana – dalla povertà liberamente scelta come via spirituale di sobrietà e libertà interiore.
Per noi, invece, la povertà non ha nulla di sacro né di rivelativo: è un fatto storico, non ontologico. Non testimonia la finitezza dell’uomo, ma la diseguaglianza nella distribuzione delle risorse. Non è una condizione da “vivere” ma da superare.
Il materialismo vede nella povertà un problema politico, non spirituale: nasce da rapporti di produzione, da meccanismi di sfruttamento e da fallimenti istituzionali. E dunque va affrontata con strumenti concreti – fiscalità progressiva, salari adeguati, sanità pubblica, istruzione gratuita, diritti sociali – non con la carità o la conversione morale.

Dove Leone XIV parla di “dignità della persona”, noi parliamo di giustizia sociale; dove invoca “l’amore per il prossimo”, noi chiediamo redistribuzione e servizi pubblici; dove denuncia il mito del merito, noi lo leggiamo come dispositivo ideologico di legittimazione del privilegio.
C’è però un punto in cui la Dilexi Te sorprende: quando afferma che la povertà va misurata alla luce delle possibilità del presente. Non basta non morire di fame: la soglia della povertà cambia con il tempo, perché il paniere dei bisogni cresce. È un’idea vicina alla definizione di povertà relativa usata nelle scienze sociali: chi non ha accesso alle risorse e ai servizi che la società può fornire – istruzione, salute, connettività, partecipazione – è povero.
Questo riconoscimento, pur venendo da un testo teologico, apre uno spazio comune: la povertà non è una prova metafisica ma una costruzione sociale. Se cambia con la storia, allora può essere modificata con la politica.
Quando il Papa invita a usare “l’enorme potenziale di creazione di ricchezza” prodotto dalla rivoluzione industriale e digitale per eliminare la miseria, la domanda laica è inevitabile: chi deve farlo, e come?
La Chiesa invoca un “impegno delle istituzioni e delle persone di buona volontà”, ma non nomina i rapporti di potere che concentrano quella ricchezza, né i meccanismi economici che ne impediscono la redistribuzione.
Un materialista risponderebbe: se la povertà è il risultato di strutture, non basta la moralità individuale. Serve conflitto politico, riforma fiscale, controllo pubblico sui settori strategici, riduzione del divario patrimoniale.
La differenza, in fondo, è di sguardo: per il Papa, la povertà è un dramma dell’uomo; per noi, è un effetto del sistema. Per lui, l’origine è spirituale e la soluzione è etica; per noi, l’origine è materiale e la soluzione è politica.
Noi non vogliamo “redimere” i poveri, ma eliminare le condizioni che li rendono tali. Non cerchiamo una povertà virtuosa, ma un’uguaglianza concreta.
E tuttavia, in tempi in cui la retorica economica tende a naturalizzare le diseguaglianze, può perfino essere utile che la Chiesa – da un’altra direzione, con altri linguaggi – ricordi che “i poveri non possono aspettare”. È un’affermazione che, tolta di mezzo la teologia, resta perfettamente laica.
La differenza è che per noi non è un’esortazione morale, ma un programma politico: i poveri non possono aspettare, perché la giustizia non è un atto di fede, ma un dovere di realtà.



