Ogni giorno l’Italia si sveglia parlando d’invasione, ma se i migranti smettessero di lavorare anche solo ventiquattr’ore, il Paese si fermerebbe. Non è una metafora: lo dice il Dossier Statistico Immigrazione IDOS 2025, la più completa radiografia annuale delle migrazioni in Italia. Dietro i titoli sull’“assalto alle coste” c’è una realtà esattamente opposta: un Paese che espelle retoricamente chi lo tiene in piedi economicamente.
Gli stranieri residenti in Italia sono oggi poco più di 5 milioni, lo stesso numero di vent’anni fa, ma in un Paese che ha perso oltre un milione e mezzo di cittadini italiani nello stesso periodo. Significa che senza di loro la popolazione si sarebbe già contratta in modo irreversibile. Eppure ogni volta che un barcone arriva a Lampedusa, la politica ripete la parola magica: “emergenza”.
Ma non c’è nessuna emergenza numerica: gli arrivi via mare nel 2025 sono stati meno di quelli del 2016, e quasi tutti riguardano persone che fuggono da guerre, disastri climatici o regimi repressivi. L’unica emergenza vera è quella demografica e produttiva, che l’Italia finge di non vedere.
Il rapporto IDOS mostra un dato chiave: il 10,8% degli occupati in Italia è nato all’estero. In agricoltura la percentuale supera il 35%, nell’assistenza familiare arriva al 70%. Nei campi, nelle fabbriche, nelle cucine e nelle case di cura, la forza lavoro straniera è ormai strutturale. Ma viene trattata come temporanea, come se fosse un incidente provvisorio nella storia del Paese.
Quando si parla di “quote”, “decreti flussi” e “sbarchi”, si dimentica che senza badanti e braccianti stranieri l’Italia non reggerebbe né la produzione né la cura dei suoi anziani.

Eppure lo Stato continua a investire energie e denaro non per regolarizzare o integrare, ma per respingere. Nel 2024 la spesa pubblica per il controllo dei confini è aumentata del 23%, mentre quella per l’inclusione e la formazione linguistica è diminuita del 18%. Un rovesciamento logico: paghiamo per mantenere l’illegalità, mentre potremmo incassare regolarizzando.
Secondo l’INPS, i lavoratori stranieri versano ogni anno oltre 15 miliardi di euro di contributi previdenziali e ricevono prestazioni per meno della metà. Sono dunque contribuenti netti che finanziano le pensioni di un Paese che invecchia, ma vengono dipinti come un costo.
Il dossier sottolinea un altro paradosso: la seconda generazione. Gli alunni con cittadinanza non italiana sono quasi il 10% degli studenti nelle scuole pubbliche. Molti sono nati qui, parlano il dialetto locale, tifano la nazionale, ma restano “stranieri” per legge.

Il risultato è una discriminazione silenziosa: ragazzi italiani di fatto ma non di diritto, esclusi da concorsi, borse di studio, partecipazione politica. È la generazione che dimostra che l’integrazione c’è già, è la legge che non se n’è accorta.
Intanto la propaganda continua a vendere la paura come programma di governo. Si parla di “sostituzione etnica” e di “difesa dei confini”, ma nessuno dice che la popolazione italiana è in calo costante da nove anni, e che nel 2030, senza migrazioni, il Paese avrà perso quasi due milioni di lavoratori.
Invece di fare politiche migratorie razionali, si inseguono illusioni securitarie: accordi con dittature africane per fermare i flussi, blocchi navali annunciati e mai realizzati, leggi che rendono impossibile il lavoro regolare e poi puniscono chi lavora in nero. È una guerra stupida contro la realtà.
IDOS scrive che il contributo dei migranti al PIL italiano supera ormai il 9%, e che la natalità straniera è l’unica che rallenta la desertificazione demografica. Ma questi numeri non fanno notizia. La narrazione dominante è ancora quella dell’assedio, del “prima gli italiani”, come se esistesse un confine tra chi paga le tasse e chi le incassa. La verità è che il confine è amministrativo, non umano: passa tra chi può esibire un documento e chi no, non tra chi lavora e chi no.

L’Italia, dice il dossier, è oggi una società plurale senza essere multiculturale: vive la diversità ma non la riconosce. Ci sono 2,7 milioni di lavoratori stranieri, 1,2 milioni di minori nati o cresciuti qui, 5 milioni di cittadini non italiani che parlano, lavorano, pregano, amano e pagano tasse in questo Paese. Ma quando si discute di loro, si parla ancora come se fossero un esercito alle porte. È come combattere una guerra contro l’ossigeno.
L’ipocrisia più grande è che mentre il governo stringe i visti e annuncia muri digitali, le imprese italiane chiedono più manodopera straniera. Gli ingressi regolari coprono solo un terzo delle richieste delle aziende, e così prosperano i canali informali, lo sfruttamento, il caporalato. Lo Stato crea clandestinità con le proprie leggi, poi la usa come prova che la clandestinità esiste. È un circolo vizioso perfetto: più chiudi, più alimenti l’irregolarità.
Alla fine il dossier IDOS dice una cosa semplice: la migrazione non è un problema da risolvere, è un fatto da governare. Ma per farlo servirebbe un Paese adulto, capace di guardare i numeri invece dei talk show. Servirebbe un’Italia che accetta di essere ciò che è già: un Paese meticcio, demograficamente dipendente dall’immigrazione, economicamente sostenuto da chi finge di non volere.



