La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è una cosa seria. È un’idea che in Italia gira da almeno trent’anni, che ha una solida radice garantista e che punta a un processo più equilibrato. Ma una cosa è il principio, altra cosa è la messa in scena vista ieri al Senato: applausi, abbracci, selfie e la sensazione che la giustizia sia diventata un trofeo politico più che un’architettura di libertà.
Il Parlamento ha dato il via libera definitivo alla riforma costituzionale: maggioranza assoluta raggiunta, centrodestra in piedi, Meloni che parla di “traguardo storico”, Nordio che rivendica una battaglia iniziata quando era ancora magistrato. Tutto bene? Non proprio. Perché la riforma non ha preso i due terzi e quindi dovrà passare dal referendum confermativo. E lì non voteranno le correnti della magistratura, né i partiti, né i nostalgici delle manette: voteranno i cittadini.
Qui sta il punto che la propaganda di questi giorni prova a nascondere: se al referendum vince il NO non torniamo al far west delle toghe che cambiano mestiere quando vogliono. Torniamo al sistema già in vigore oggi, quello della riforma Cartabia, che ha praticamente chiuso i passaggi di funzione: una sola volta nella carriera, entro 10 anni, e infatti parliamo di poche decine di casi l’anno su migliaia di magistrati. Non è vero, dunque, che senza la riforma Nordio PM e giudici continueranno a girare come trottole. No: resta la porta strettissima della Cartabia.
Allora la domanda cambia: se l’obiettivo era solo bloccare i 20 passaggi l’anno, perché modificare la Costituzione? Perché creare due CSM, un’Alta Corte disciplinare e introdurre sorteggi che piacciono alla politica più che alla cultura delle garanzie? Qui si vede la differenza tra un garantismo liberale e un garantismo di governo: il primo vuole giudici e PM distinti per difendere il cittadino; il secondo li vuole distinti per riequilibrare i rapporti con la magistratura.

Le Camere Penali esultano: è la battaglia di una vita, cominciata nel 1989. È comprensibile. Ma nello stesso momento l’Anm denuncia l’alterazione dell’assetto dei poteri e i comitati per il No avvertono che così non si accelera un solo processo e si espone la giustizia a qualche spinta esterna di troppo. E quando, dopo il voto, in Aula spuntano i cartelli “no ai pieni poteri”, la scena si completa: non è un dibattito tecnico, è un braccio di ferro politico simmetrico. Da una parte chi applaude, dall’altra chi grida al golpe. In mezzo, come sempre, il cittadino a cui interessa solo una cosa: che la giustizia funzioni.
Il referendum servirà proprio a questo: a chiedere agli italiani se vogliono questa separazione delle carriere — con due Consigli, alta corte e un’impronta molto politica — oppure se preferiscono restare nell’assetto Cartabia + Costituzione com’è, che già oggi separa di fatto i percorsi senza riscrivere l’equilibrio tra poteri dello Stato. Votare NO non significherà essere contro la separazione; significherà essere contro questo modo di farla.
Ecco perché gli applausi di ieri stonavano. La giustizia non è una curva da stadio e una riforma costituzionale che non prende i due terzi non è una vittoria schiacciante: è un invito al Paese a dire l’ultima parola. Se il paese dirà SÌ, avremo davvero un nuovo modello. Se dirà NO, non torneremo alla giungla, ma al sistema già vigente: quello che aveva ristretto i passaggi senza consegnare le chiavi della giustizia alla politica.
Il garantismo non teme il referendum. Teme piuttosto chi usa la separazione delle carriere come clava identitaria per nuove bandiere e applausi populisti. Per questo Diogene Notizie sosterrà la campagna per il NO, proprio perché è a favore della separazione delle carriere: ma di una separazione autentica, pensata per difendere i cittadini, non di una riforma che rischia di trasformare un principio di libertà in un trofeo politico.



