Dipendenze: servizi a macchia, mancano 1.900 operatori

L’Italia ha un’emergenza silenziosa che non entra nei talk show: la cura delle dipendenze è un diritto “a macchia di leopardo”. L’analisi della Fondazione Gimbe, costruita su dati ufficiali recenti, fotografa servizi frammentati, organici insufficienti e una domanda di assistenza che si presenta sempre più spesso nei luoghi sbagliati: in pronto soccorso e in corsia ospedaliera.

Nel 2024 gli accessi in PS per patologie direttamente droga-correlate sono stati 8.378, con un paziente su dieci minorenne e quasi la metà dei casi legata a quadri di psicosi indotta da sostanze; in oltre un caso su dieci è servito il ricovero, con trasferimenti soprattutto in psichiatria e, nei casi più gravi, in terapia intensiva.

Il 2023 ha segnato 7.382 ricoveri con diagnosi principale droga-correlata, in crescita sul 2022, e un tasso di ospedalizzazione che nell’ultimo decennio è salito, con il 69% delle degenze concentrato al Nord: segno che il fenomeno non è “di nicchia” e che il territorio arretra proprio dove dovrebbe prevenire.

La rete dei servizi esiste ma non garantisce uniformità. I servizi di primo livello — unità mobili, drop-in e prime accoglienze — sono 198, per lo più nel privato sociale, con densità molto diverse: province autonome e alcune regioni del Nord dispongono di più punti di accesso, mentre in varie regioni del Mezzogiorno l’offerta è rarefatta o assente.

Il quadro cambia se si guarda agli ambulatori: 1.134 strutture, in larghissima parte pubbliche, tra cui 571 SerD, servizi per il gioco d’azzardo, alcologia, SMI e 36 SerD interni agli istituti penitenziari. Ma la mappa non basta se manca il personale: nel 2023 gli addetti complessivi erano 6.005, con prevalenza di medici e infermieri, ma con numeri troppo bassi nelle figure chiave che fanno la differenza nella presa in carico multidisciplinare — psicologi, educatori professionali, assistenti sociali.

La pressione sul campo è evidente. In media ogni operatore segue 24 pazienti, ma in diverse regioni si supera quota 30 e in Umbria la media arriva a 37. Una proporzione che rende difficile garantire continuità terapeutica, personalizzazione degli interventi e lavoro di rete con salute mentale, alcologia, servizi per l’età evolutiva e terzo settore.

A valle del percorso ambulatoriale, l’offerta residenziale e semiresidenziale conta 951 strutture per quasi 14mila posti, per il 94% nel privato sociale, con 356 realtà specialistiche orientate ai minori, ai nuclei genitore-figli, alle comorbidità psichiatriche e ai percorsi di lunga durata. Anche qui la geografia pesa: oltre due terzi delle strutture specialistiche sono al Nord, con vuoti che in alcune regioni restano scoperti.

Gli standard fissati dal DM 77 indicano cosa dovrebbe esserci davvero sul territorio: un SerD ogni 80-100mila residenti tra 15 e 64 anni, aperture prolungate e almeno un presidio attivo sei o sette giorni su sette in ogni macro-area. Tradotto sulla popolazione attuale, servono tra 373 e 467 SerD; gli organici a regime richiesti dalle norme oscillano fra 5.614 unità (minimo) e 7.860 (pieno regime).

Qui sta il nodo: a fronte dei 6.005 professionisti censiti, ne mancano quasi 1.900 per raggiungere l’assetto a regime, con i vuoti più pesanti proprio nelle competenze che tengono insieme clinica, riabilitazione e inclusione sociale — psicologi, educatori e tecnici della riabilitazione, assistenti sociali, personale amministrativo in grado di sostenere l’accesso e la continuità.

I numeri raccontano che l’Italia cura troppo in ospedale ciò che dovrebbe intercettare prima, nel territorio; che la porta d’ingresso è spesso troppo lontana per i più fragili; che gli operatori tengono in piedi il sistema con carichi insostenibili; che la qualità della presa in carico dipende dal CAP in cui vivi.

Se questa è la fotografia, la conclusione è politica: senza una regia nazionale che metta a terra gli standard del DM 77 con finanziamenti vincolati, assunzioni mirate e un riequilibrio dell’offerta dove mancano i servizi di base, le dipendenze resteranno un diritto condizionato.

A pagare saranno gli adolescenti che finiscono in PS, le famiglie lasciate sole, i territori dove la prevenzione non arriva. È qui che si misura la serietà del sistema sanitario: non in un convegno, ma nella possibilità concreta, uguale per tutti, di trovare una porta aperta prima che il problema diventi una crisi.