L’India esporta lavoratori in Europa ma senza tutele

C’è chi esporta automobili e chi esporta anni di vita. L’India ha più braccia che posti; l’Europa, più posti che braccia. E così prende forma una nuova “catena del valore”: la mobilità del lavoro, che consiste nel mandare giovani indiani a lavorare nei Paesi dove la popolazione invecchia e la manodopera scarseggia. Germania, Giappone, Finlandia, Taiwan, ma anche il Golfo Persico: tutti a caccia di energie fresche.

Un’idea elegante sulla carta: i ragazzi trovano lavoro, i Paesi ospitanti riempiono le fabbriche e gli ospedali, le rimesse tornano a casa come capitale pulito. Ma la vita, come sempre, è più complicata dei comunicati stampa.

Corridoi del lavoro, strade a senso unico

Il governo indiano sta riscrivendo le regole. Dopo quarant’anni, l’Emigration Act del 1983 sarà sostituito da una legge sulla “mobilità estera” per agevolare l’incontro fra giovani formati e imprese straniere.
Nei piani, un sistema di visti temporanei da tre a cinque anni, corsi di lingua, e percorsi “di rientro ordinato”. In pratica, un corridoio a senso unico: si parte con entusiasmo, si torna — forse — con le tasche piene, ma le porte della vita si chiudono in mezzo.

Perché quando un ragazzo del Mizoram o una ragazza di Chennai impara tedesco, si paga un corso di 12 mesi, parte per lavorare in un ospedale o in un albergo, e scopre un mondo dove stipendio e rispetto convivono, è difficile convincerlo che tutto dovrà finire entro una scadenza burocratica.
Il contratto dice “temporaneo”. La vita no.

Il rischio della “diaspora del talento medio”

L’India, che cresce come una tigre economica, non riesce a creare lavoro abbastanza veloce per la sua popolazione. Milioni di giovani, formati e qualificati, restano intrappolati tra sogni e sottoccupazione. Per loro, la partenza è l’unica forma di ascesa sociale possibile.
Ma dietro la retorica dell’“esportazione di competenze” si nasconde il rischio della diaspora del talento medio: non i cervelli top che vanno a Silicon Valley, ma gli operatori sanitari, i tecnici, gli ingegneri che mancano poi al tessuto industriale interno.

Le rimesse valgono 135 miliardi di dollari l’anno, più di qualsiasi altro Paese. Ma i soldi non sostituiscono l’assenza di competenze domestiche, e senza un vero piano di reintegrazione, l’India rischia di formare per conto terzi.

“Indian workers” by AmelieNewYork is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

L’Europa e l’Italia: importatori di cura

Dall’altra parte del corridoio, il vecchio continente. La Germania, dove i baby boomer vanno in pensione a ritmo accelerato, apre corsie preferenziali per infermieri, camerieri, tecnici indiani. Il Giappone fa lo stesso. L’Italia — che non ha nemmeno bisogno di dirlo — da anni vive grazie alla manodopera straniera invisibile: badanti, colf, operatrici sanitarie. Ora guarda all’India come a una nuova riserva di forza lavoro, come se la cura fosse una commodity.

La differenza, però, sta nelle regole. Se i corridoi di lavoro si trasformano in scorciatoie senza tutele, si rischia di importare caporalato con il timbro dell’ambasciata. Serve una garanzia minima: salario, alloggio, assicurazione, corsi di lingua pagati dal datore, divieto di intermediazioni private opache. E, soprattutto, il riconoscimento dei titoli: perché un’infermiera in Kerala non può diventare “collaboratrice domestica” a Milano solo per mancanza di moduli in tedesco o in italiano.

La retorica della temporaneità

Politicamente, la parola chiave è “temporaneo”. Rassicura gli elettorati occidentali allergici alla parola “immigrazione”. Si dice: “verranno, lavoreranno, torneranno”. Ma la verità è che nessuna economia moderna vive di lavoratori usa-e-getta. La “mobilità temporanea” è una finzione che copre una realtà permanente: gli stranieri che tengono in piedi i servizi fondamentali.

L’alternativa, se non vogliamo chiamarla integrazione, è ipocrisia amministrata. E questa, in Europa, l’abbiamo già vista: nei campi del Sud, nei magazzini della logistica, nelle case delle famiglie benpensanti che “non vogliono immigrati” ma non possono vivere senza una donna straniera che si prenda cura dei loro genitori.

Quando il lavoro diventa geopolitica

C’è poi un risvolto meno visibile. La mobilità del lavoro è la nuova forma di geopolitica economica. L’India si candida a essere la fabbrica globale del lavoro umano, come la Cina lo è stata per i prodotti. L’Europa — e in particolare l’Italia — devono decidere se accettare il patto senza porsi domande o costruire un modello alternativo, dove chi arriva non è un numero di passaporto temporaneo ma una persona con diritti di cittadinanza sociale.

Perché l’unica vera mobilità che migliora il mondo non è quella delle merci o dei corpi, ma quella dei diritti. Senza di quelli, ogni corridoio è solo una corsia preferenziale verso l’ingiustizia.

“Indian worker are trying to control Koshi near the Kusaha (breached area)” by International Rivers is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.