Tashkent ha deciso di giocare una partita più grande della semplice sicurezza energetica. La centrale “integrata” che sorgerà a Farish — due reattori di grande taglia affiancati da due piccoli modulari — è innanzitutto una risposta alla domanda elettrica che corre, alla fragilità del gas domestico e all’intermittenza di eolico e solare. Ma è anche un tassello di posizionamento: un’infrastruttura che dura decenni, che lega forniture, manutenzioni, ricambi e combustibile, e quindi stringe o allenta i vincoli della politica estera.
Per l’Uzbekistan la posta è duplice. Da un lato, stabilizzare la “base” della rete, sostenere l’industrializzazione e garantirsi un cuscinetto quando idroelettrico e rinnovabili non bastano; dall’altro, ridurre la dipendenza da gas e importazioni in un momento in cui la produzione interna arretra.
Il nucleare, qui, non è un totem ideologico: è una polizza contro i blackout e contro i prezzi impazziti. Ma ogni polizza ha un premio da pagare. La scelta di tecnologia e combustibile orienta inevitabilmente la politica: un reattore non è un appalto, è una relazione.
Chi ci guadagna di più, sul piano geopolitico? La Russia consolida il suo ruolo di fornitore sistemico in Asia centrale. Per Mosca l’impianto uzbeko è vetrina tecnologica e leva diplomatica: un sito che mette insieme gigawatt “classici” e piccoli reattori modulari è un biglietto da visita per altri mercati, e allo stesso tempo un meccanismo di lock-in di lungo periodo su fuel, servizi e know-how.
È energia, ma anche influenza: più difficile disaccoppiarsi quando il cuore della rete batte con tecnologia e combustibile legati a una sola filiera. Per il Cremlino è un punto a favore nella competizione silenziosa con la Cina su infrastrutture e standard regionali.
Proprio Pechino guarda a questa mossa con realismo. La Belt and Road ha finanziato in Uzbekistan linee, impianti e manifattura, e sul fronte dell’energia la Cina è partner naturale per rinnovabili, batterie e rete. Vedere Tashkent legarsi al nucleare russo non significa perdere la partita, ma ridefinire il perimetro: meno spazio sul nucleare, più spazio sul resto del sistema — accumulo, connessioni, industria elettro-intensiva, supply chain dei componenti.
In altri termini: Mosca presidia la base, Pechino può colonizzare i “contorni”. Per l’Uzbekistan è il modo di tenere i due grandi dentro un equilibrio di interessi complementari, evitando che uno solo diventi imprescindibile.
E l’Occidente? Qui il segnale è più ambiguo. Sul piano climatico, un baseload a basse emissioni aiuta gli obiettivi di decarbonizzazione e riduce la pressione sulle centrali a gas: una buona notizia di principio. Ma l’effetto politico è un avvicinamento operativo a Mosca, in un’epoca di sanzioni e blocchi tecnologici.

Gli spazi di cooperazione con Stati Uniti e Unione europea restano, ma si spostano sulle periferie del programma: sicurezza, regolazione, formazione, componentistica non sensibile, integrazione dei rinnovabili. È una relazione possibile, non più dominante. E la capacità di Tashkent di mantenerla viva dipenderà da trasparenza regolatoria, standard di sicurezza e gestione dei rifiuti: i tre terreni su cui l’Occidente è disposto a investire reputazione, anche quando non vende reattori.
Nel vicinato centroasiatico, la mossa ridisegna gerarchie e interdipendenze. Il Kazakistan, grande produttore di uranio e a sua volta in rampa di lancio sul nucleare, trova un partner e un concorrente: partner perché condivide filiere e standard, concorrente perché l’Uzbekistan, se riuscirà a stabilizzare la rete, potrà esportare elettricità con maggiore continuità e peso.
Turkmenistan e Russia dovranno ripensare i loro rubinetti del gas: meno domanda uzbeka nel medio termine significa contratti più “elastici” e quindi meno leva politica. A sud, verso l’Afghanistan, un Uzbekistan elettricamente più solido rafforza il proprio ruolo di fornitore e mediatore, con dividendi politici che vanno oltre le bollette.
Non mancano i rischi. Il primo è la dipendenza tecnologica: combustibile e servizi di lungo periodo sono il vero vincolo strategico, più del cantiere in sé. Il secondo è finanziario: tassi, sanzioni, supply chain di componenti critici possono allungare tempi e gonfiare costi. Il terzo è domestico: costruire capacità regolatoria, cultura della sicurezza e consenso sociale non è un allegato tecnico, è la condizione perché l’impianto diventi patrimonio e non bersaglio.
A questo si aggiunge la variabile climatica: in un’Asia centrale sempre più calda e secca, la disponibilità d’acqua e la resilienza delle reti di trasmissione saranno un banco di prova tanto quanto la qualità del reattore.
Dove si colloca, allora, l’Uzbekistan? Non “nel campo russo” per necessità, né “in quello cinese” per convenienza: nel campo del multi-vector, ma con un ancoraggio nuovo. Il nucleare sposta il baricentro verso Mosca, e questo è un fatto.
Ma la scelta di affiancare i piccoli reattori alla grande taglia, e di spingere in parallelo su rinnovabili e interconnessioni, segnala che Tashkent vuole restare manovrabile, non satellitare. Il messaggio agli alleati è semplice: investite qui perché la domanda cresce e la rete si fa più affidabile. Quello ai rivali è altrettanto chiaro: l’energia torna a essere un asset sovrano, non un tallone d’Achille.
Se il cantiere terrà tempi e standard, Farish diventerà più di una centrale: sarà la prova generale di come un Paese medio, in una regione di competizione tra potenze, può usare l’energia per guadagnare autonomia. Non una fuga in un campo contro l’altro, ma un modo concreto di scegliere la propria traiettoria — sapendo che, nel nucleare, ogni megawatt è anche un legame politico da amministrare.



