Domenica si vota in un Paese dove il tema che decide non è solo “Europa o Russia”, ma restare o partire. In Moldova l’“economia della partenza” è diventata struttura: un abitante su tre vive sotto la soglia nazionale di povertà (33,6% nel 2024) e tra i minori la quota è identica, in aumento rispetto al 2023. Nel frattempo il reddito disponibile medio resta basso e vicino al livello di sussistenza calcolato dallo Stato. Sono numeri che non dicono la stessa cosa dei tassi “internazionali” (per la Banca Mondiale, con la soglia a 6,85 dollari PPP (Parità di Potere d’Acquisto), il 2024 si ferma attorno al 13%), ma fotografano la realtà dei prezzi, delle bollette, dei salari moldavi.
Il passaggio chiave è il 2022: Gazprom riduce il gas, l’elettricità si fa più cara e incerta, l’inflazione vola. Bucare l’isolamento energetico ha costretto Chișinău a un’accelerazione forzata: sincronizzazione con la rete UE, acquisti dall’Europa, un programma di compensazioni (“Ajutor la contor”) per non far saltare le famiglie. Nel 2025 la pressione sui prezzi è scesa, ma gli shock invernali restano, tanto da spingere la Banca nazionale ad alzare i tassi a inizio anno. La domanda sociale – bollette, cibo, affitti – è ciò che i partiti intercettano più facilmente, in campagna elettorale, al netto dei discorsi identitari.
Se la povertà spinge fuori, la diaspora tiene in piedi chi resta. Le rimesse sono ancora la stampella dell’economia: nel 2023 valgono oltre il 12% del Pil, la quota più alta d’Europa, e spiegano perché la Banca centrale abbia sganciato il leu dal dollaro per ancorarsi all’euro (più del 70% dei flussi arriva in moneta unica). È una dipendenza che stabilizza i consumi ma perpetua il paradosso: lo sviluppo di casa si regge su salari guadagnati altrove.
Quell’“altrove” per centinaia di migliaia di moldavi significa Romania, Italia, Spagna. La fotografia più onesta la dà il dato demografico: secondo stime basate su UN DESA, tra 1,1 e 1,2 milioni di cittadini vivono all’estero; solo in Italia i residenti non UE regolari superavano i 107 mila nel 2023, ma il numero reale dei moldavi è molto più alto per via delle tante cittadinanze rumene acquisite. È gente che lavora nei cantieri e soprattutto nella cura: badanti, assistenza domiciliare, quell’economia invisibile che sorregge il welfare europeo mentre svuota i villaggi moldavi. Nelle urne, questa diaspora pesa: nel 2024 ha votato in massa e ha spostato gli equilibri; lo farà di nuovo.

Per capire il voto di domenica bisogna allora guardare dove s’incrociano povertà, energia e migrazione. Nelle periferie rurali, dove la povertà è più alta, la promessa di bollette leggere e gas “sicuro” vale quanto qualsiasi slogan geopolitico; nei quartieri delle rimesse, la stabilità dell’ancoraggio europeo significa tassi, cambi e prezzi meno capricciosi. In mezzo ci sono i corridoi sociali aperti negli ultimi due anni: il fondo di compensazione energetica, gli aiuti UE, e – soprattutto – la possibilità di uscire e rientrare, mandare soldi, votare dai consolati. Finché l’ascensore sociale interno non riparte, l’elezione è anche un referendum sul diritto a partire senza dover tagliare le radici.
Sul piano politico, le interferenze russe, la guerra d’informazione e i cavalli di Troia filomoscoviti sono il contesto, ma non il cuore. Il cuore è se la Moldova riuscirà a trasformare l’“economia della partenza” in circolarità: rimesse che non solo tamponano ma investono; salari che si avvicinano ai prezzi; reti energetiche che non si spezzano al primo inverno. Le leve ci sono e non sono astratte: il piano europeo di sicurezza energetica, le conferenze intergovernative che hanno aperto i negoziati di adesione nel 2024, i programmi con cui UNDP e governo hanno misurato l’impatto reale delle compensazioni e fissato soglie di povertà aggiornate. È su questi binari, concreti e misurabili, che passa il giudizio degli elettori poveri.
Per un giornale come il nostro, che mette al centro la povertà, l’originalità sta qui: non nel ripetere il copione “Est contro Ovest”, ma nel seguire i soldi delle rimesse, il costo del kilowattora, il paniere di chi ha un figlio piccolo e una nonna da riscaldare. Se domenica vincerà l’Europa o l’Eurasia lo diranno i seggi. Ma se la Moldova potrà ridurre povertà e partenze forzate lo diranno, più prosaicamente, la prossima bolletta, il prossimo bonifico dall’estero, il prossimo inverno.



