L’estate milanese ha visto una sequenza ad alto impatto: sei misure cautelari nell’inchiesta sull’urbanistica (domiciliari per l’ex assessore Tancredi e per il CEO di Coima Catella; carcere per l’imprenditore Bezziccheri), titoli a nove colonne e il sindaco Beppe Sala nel registro degli indagati. Poi, a stretto giro, il ribaltamento: il Tribunale del Riesame ha annullato tutte le misure, depositando motivazioni severe. Per i giudici «non è dimostrato il patto corruttivo»; la “tesi” accusatoria è definita una «semplificazione argomentativa svilente» e il quadro istruttorio «fattuale confuso». Tra l’altro, già a fine luglio il gip non aveva riconosciuto l’ipotesi di induzione indebita contestata a Sala (filone “Pirellino”). La Procura preannuncia ricorsi, ma la fotografia di oggi è questa.
Qui sta il primo punto — politico, non giudiziario. Quando la giustizia alza i toni senza aver prima messo in sicurezza gli indizi, il risultato è duplice: si sposta l’agenda pubblica e si alterano i rapporti di forza. Non è questione di “destra” o “sinistra” delle toghe: è la dinamica strutturale di un potere che confonde il proprio ruolo con quello dell’arena politica, salvo poi essere smentito in sede di controllo. Se ci sono reati, si perseguono; ma il percorso dev’essere probatorio, non narrativo. I giudici del Riesame dicono proprio questo: incarichi professionali non equivalgono, da soli, a corruzione; servono prove, non congetture. Nel frattempo, però, reputazioni e carriere finiscono nel tritacarne.
E veniamo al punto che più interessa a chi guarda Milano da sinistra. Al netto dei faldoni in Procura, l’urbanistica della città merita un processo politico — e una condanna politica: una metropoli sempre più costosa, competitiva, selettiva. Il mercato degli affitti segna il primato nazionale: 23 euro al metro quadro di media, con le stanze singole a 730 euro al mese. Anche i prezzi di vendita toccano i massimi: oltre 5.500 euro/m² in media ad agosto 2025. Non serve un trattato per capire chi resta fuori.
Gli studenti sono il termometro più evidente: tra residenze universitarie private a 800 euro per una singola e camere “in città” che sfiorano i mille euro nelle zone più appetibili, il diritto allo studio diventa privilegio.

Sul fronte della casa popolare e dell’affitto accessibile, la spinta non regge l’urto della domanda. Nel 2024–2025 gli sfratti nell’area milanese tornano a crescere (oltre duemila nel solo 2024, circa sei al giorno secondo rilevazioni locali) mentre il patrimonio pubblico tra Comune e Aler risulta in calo rispetto al 2019, segno di una capacità di risposta che arretra.
Intanto gli affitti brevi erodono stock abitativo stabile: a fine 2024 Milano contava oltre 22.600 inserzioni su Inside Airbnb, per quasi 20.000 interi appartamenti. Anche quando gli annunci calano, i prezzi non seguono: l’offerta rimane orientata al turismo e alle fasce più solvibili.
La pianificazione comunale ha introdotto obblighi di edilizia residenziale sociale negli interventi maggiori (PGT Milano 2030), ma l’effetto di riequilibrio non si vede ancora nei numeri della vita reale: gli indici e le premialità urbanistiche non hanno invertito la polarizzazione tra quartieri per ricchi e quartieri per chi ce la fa a stento.
In questo quadro il paradosso è netto: l’inchiesta nata per scoperchiare presunte distorsioni dell’urbanistica milanese finisce — involontariamente, vogliamo credere per non cadere nel complottismo— per blindare politicamente la giunta Sala. Il cortocircuito probatorio non solo regala un argomento facile (“hanno montato un caso”), ma produce un effetto collaterale peggiore: un clima in cui chiunque, d’ora in poi, ci penserà due volte prima di mettere il naso nei dossier più sensibili. Non è un assoluto, è un rischio concreto.
Ed è proprio questo il punto: meno giustizialismo, più politica. Se ci sono reati, si accertino con prove solide; ma ciò che va contestato, da sinistra, è un’idea di città selettiva che scarica i costi sui più deboli. Il fallimento dell’azione giudiziaria non assolve quelle scelte: semplicemente sposta il dibattito su un terreno più comodo per chi governa. E mentre ci si divide sulle carte, Milano continua a crescere dove rende di più, non dove serve di più.



