Carcere e caldo estremo: il diritto alla sopravvivenza

È forse superfluo sottolineare la distanza abissale, politica e anche umana, che separa Diogene Notizie da Gianni Alemanno. Eppure, se la questione del caldo letale in carcere arriva sulle prime pagine, è perché Alemanno, lì ospitato, ha preso carta e penna scrivendo una lettera che denuncia l’abisso delle condizioni carcerarie.

La firma dell’autore rende meno grave e più lieta la situazione del caldo in carcere? È sciocco soltanto pensarlo, davvero è il bimbo che indica la luna mentre tutti guardano il dito. E allora parliamo di cosa significa in questi giorni il caldo in carcere.

Significa celle piccole come monolocali, con finestre sigillate da grate e vetri rotti che trasformano ogni spazio in una serra. Celle da sei persone in cui si dorme a turno per il caldo, altre da dieci stipate con letti a castello, dove l’aria non gira nemmeno di notte.

Significa piani alti di strutture fatiscenti come Regina Coeli e Poggioreale, dove il termometro appeso al muro segna 38, 39, 40 gradi. All’interno, senza ventilazione, senza aria condizionata, senza una bottiglia d’acqua fresca.

Significa che chi è malato – diabetici, cardiopatici, persone fragili – non può accedere subito a cure o farmaci refrigerati. E che chi soffre di depressione o disturbi psichiatrici vede il caldo peggiorare i sintomi, aumentando i tentativi di autolesionismo e suicidio.

Nel solo mese di giugno, in Italia si contano quattro suicidi in cella: non saranno solo colpa del caldo, ma il caldo è la goccia che rompe ogni equilibrio già precario.

Nel Lazio, come denunciano le associazioni di volontariato, in carceri come Velletri e Rebibbia si sfiorano i 42 gradi percepiti nelle celle più esposte, mentre nelle ore pomeridiane l’acqua dei rubinetti arriva calda, quando arriva.

I detenuti più poveri, quelli che non possono permettersi di comprare ventilatori o bottiglie d’acqua al sopravvitto, si bagnano con asciugamani inumiditi o dormono per terra, dove almeno il pavimento rilascia un po’ di frescura notturna.

La risposta dello Stato? Mille congelatori a pozzetto inviati dal Ministero, come se un freezer in corridoio potesse risolvere il problema climatico di un’intera struttura sovraffollata. Oppure la solita risposta burocratica: “abbiamo autorizzato i ventilatori personali” – dimenticando che chi non ha soldi per comprarli, resta senza nulla.

Alemanno, con la sua lettera, ha descritto tutto questo con parole semplici: “Qui si muore di caldo, mentre fuori la politica dorme con l’aria condizionata”. L’effetto forno, dice, si sente ancora di più salendo di piano: dieci gradi in più tra il piano terra e il secondo.

Ma non serve la sua testimonianza per sapere che il caldo in carcere è questione di vita o di morte. Lo dicono da anni i rapporti di Antigone, del Garante dei Detenuti, di Amnesty. Solo che nessuno li legge finché a parlare non è un volto noto.

E allora il problema vero è questo: serviva Alemanno in cella per accorgerci del caldo? Serviva il nome famoso perché qualcuno, in Parlamento, leggesse finalmente in aula le parole che tanti detenuti gridano invano da anni?

Perché il caldo non fa differenze: non guarda ai reati scritti sul certificato penale, non distingue tra innocenti in attesa di giudizio e condannati. Brucia la pelle, affatica il cuore, ti toglie il fiato, qualunque sia il tuo nome. È lo Stato che fa distinzioni, che decide chi può sopravvivere e chi deve arrangiarsi.

E mentre il caldo soffoca gli uomini nelle celle, la politica si divide tra chi minimizza e chi specula. Nessuno che proponga un piano serio: ventilazione forzata, isolamento termico delle strutture più vecchie, riduzione del sovraffollamento. Nulla di tutto questo. Solo emergenze estive che si dimenticano a settembre.

In questi giorni il carcere non è solo un luogo di privazione della libertà, è un luogo di sofferenza non necessaria, di abbandono istituzionale, di tortura ambientale. E allora sì, può farci impressione che a denunciarlo sia stato proprio Gianni Alemanno. Ma sarebbe ancora più grave se continuassimo a ignorarlo solo perché ci sta antipatico chi lo ha detto.