Nel cuore di un Mediterraneo attraversato da tensioni geopolitiche, rotte energetiche e flussi di dati digitali, l’Italia si prepara a difendere uno degli asset più invisibili e cruciali della propria infrastruttura strategica: i cavi e condotti sottomarini.
Il 15 aprile scorso è stato depositato al Senato il disegno di legge n. 1462, intitolato “Disposizioni in materia di sicurezza delle attività subacquee”, presentato dal governo con la firma del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro per la Protezione civile e le politiche del mare, Nello Musumeci.
Il provvedimento si propone di definire un quadro normativo per la protezione fisica delle infrastrutture subacquee presenti nelle acque territoriali italiane, ma anche – in presenza di “interesse nazionale” – in alto mare. Al centro della riforma, due elementi principali: la nascita di un’Agenzia nazionale per la sicurezza subacquea (ASAS) e l’ampliamento delle regole d’ingaggio per la Marina Militare.
Una nuova agenzia sotto la Presidenza del Consiglio
L’Agenzia, con sede a Roma, sarà posta sotto la regia funzionale di Palazzo Chigi. Avrà il compito di autorizzare il passaggio di sommergibili in immersione, coordinare la sicurezza di condotte, cavi e mezzi sottomarini, promuovere lo sviluppo di tecnologie di soccorso subacqueo e interfacciarsi con organismi europei e internazionali. Un ruolo di coordinamento già delineato dal cosiddetto “Piano del mare” (legge 204/2022), ma che ora si consolida con una struttura dedicata.
La Marina potrà intervenire anche con la forza
Il disegno di legge introduce modifiche al Codice dell’Ordinamento Militare (D.lgs 66/2010), permettendo alla Marina Militare – in coordinamento con la Guardia di Finanza – di intervenire in modo diretto contro qualsiasi mezzo intento alla manomissione o danneggiamento delle infrastrutture subacquee italiane. Tra le misure previste, il sequestro, la disabilitazione o la distruzione di natanti sospetti, fino al dirottamento in porti italiani.
Una rete di cavi strategici sotto i mari italiani
L’Italia si trova al centro di una rete sottomarina strategica per l’Europa, sia dal punto di vista energetico che delle telecomunicazioni. Il 99% del traffico dati globale viaggia attraverso cavi sottomarini, mentre circa il 49% del gas importato nel nostro Paese arriva via gasdotto attraverso il fondale marino.
Cavi sottomarini per telecomunicazioni:
SEA-ME-WE 5 – Collega Singapore all’Italia (Catania), trasportando fino a 24 Tbps di dati.
MedNautilus – Collega Catania con Israele, Grecia e Turchia (5.729 km).
BlueMed – Progetto di Sparkle per connettere Italia, Francia, Grecia e Nord Africa.
GreenMed – Collega l’Italia con Croazia, Montenegro, Albania, Grecia e Turchia.
Unitirreno – Collega Genova, Fiumicino e Mazara del Vallo; 890 km a 24 coppie di fibre.
Janna – Connette Olbia e Cagliari con il Lazio e Mazara del Vallo.
2Africa – Progetto globale da 45.000 km promosso da Meta; previsto uno sbarco a Golfo Aranci, Sardegna.
Cavi per il trasporto di energia:
SAPEI – Connette la Sardegna al Lazio; il cavo elettrico più profondo al mondo (1.640 metri).
SACOI – Collega l’Italia alla Corsica e alla Sardegna.
Elettrodotto Italia-Malta – 120 km tra Sicilia e Malta, gestito da Enel Trade.
A presidiare queste infrastrutture, presso la Centrale operativa della Marina, è attivo il Critical Underwater Infrastructure Security Center: un sistema informativo integrato che raccoglie dati da satelliti, sensori navali, droni, aeromobili, ma anche dalle centrali operative di colossi industriali come Saipem, Eni, TIM Sparkle, Terna.

Quali rischi?
Le minacce ai cavi sottomarini non sono ipotetiche. Gli incidenti nel Mar Baltico (Nord Stream), i danni a cavi in Georgia, Egitto e Taiwan, e la crescente attività di sottomarini russi nei pressi delle infrastrutture NATO hanno spinto diversi Paesi a rafforzare la sorveglianza subacquea.
I rischi più concreti includono:
Attacchi intenzionali da parte di Stati o attori ibridi.
Sabotaggi tecnici o manomissioni da parte di unità commerciali civili.
Intercettazioni di dati e spionaggio.
Danneggiamenti accidentali causati da ancore, pescherecci, trivellazioni.
A livello giuridico, l’operatività in alto mare resta un tema delicato. La Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) consente il “passaggio inoffensivo” nelle acque territoriali, ma anche l’intervento dello Stato costiero in caso di minaccia alla sicurezza o interferenze con impianti e comunicazioni.
E’ un provvedimento necessario ed efficace?
Il disegno di legge 1462 muove dalla consapevolezza, tardiva ma necessaria, che i fondali marini sono oggi una delle principali superfici di rischio per la sicurezza nazionale. Tuttavia, il provvedimento presenta più interrogativi operativi che certezze.
La nascita di un’Agenzia per la sicurezza subacquea, sulla carta, rappresenta un passo avanti in termini di coordinamento e pianificazione. Ma la sua efficacia dipenderà dalla reale dotazione di risorse – finanziarie, tecnologiche e umane – che riceverà. L’esperienza di altre agenzie italiane mostra come il rischio di duplicazioni burocratiche e sovrapposizioni di competenze sia concreto.
Il fatto che l’Agenzia debba operare in raccordo con Marina Militare, Guardia di Finanza, Capitanerie di porto e almeno due ministeri (Esteri e Infrastrutture) lascia presagire una fitta giungla istituzionale difficile da snellire.
Il secondo aspetto critico riguarda i nuovi poteri assegnati alla Marina Militare, in particolare l’uso della forza in alto mare. Una previsione che, pur legittima sul piano del diritto internazionale in caso di minacce evidenti, espone l’Italia a scenari potenzialmente destabilizzanti.
L’identificazione chiara di un “mezzo ostile” in ambiente subacqueo non è né semplice né priva di margini d’errore: un’azione militare in acque internazionali, magari contro un mezzo battente bandiera straniera, potrebbe innescare crisi diplomatiche di difficile gestione.
Ancora più problematico è l’aspetto operativo. Sorvegliare migliaia di chilometri di cavi e condotte sottomarine con mezzi tradizionali è un obiettivo tecnologicamente ambizioso ma logisticamente insostenibile allo stato attuale. Il Critical Underwater Infrastructure Security Center della Marina è un primo passo, ma da solo non può garantire una copertura efficace né una reazione tempestiva in caso di sabotaggi in profondità. La dipendenza da sensori, droni e satelliti civili e industriali comporta anche rischi sul piano della cybersecurity e del coordinamento.
Infine, la cooperazione internazionale – necessaria visto che quasi nessun cavo appartiene esclusivamente a un solo Stato – non viene affrontata in modo dettagliato nel testo legislativo. Il quadro normativo rischia così di rimanere nazionalmente ambizioso, ma strategicamente isolato, se non accompagnato da una diplomazia tecnica attiva con gli alleati europei e NATO.
In sintesi, il disegno di legge evidenzia un cambio di paradigma culturale, ma non scioglie i nodi fondamentali dell’efficacia. Il rischio è che si produca un apparato normativo sofisticato ma non pienamente operativo, mentre le vulnerabilità rimangono intatte sotto il livello del mare.



