L’Europa in crisi di risorse cerca minerali in Asia centrale

Alla disperata ricerca di alternative alle risorse russe e cinesi, l’Unione Europea ha puntato gli occhi sull’Asia centrale. Il vertice tra l’UE e i paesi dell’area, tenutosi a Samarcanda, ha segnato l’inizio di un tentativo più strutturato di rafforzare le relazioni con una regione ricca di gas, petrolio e minerali critici. Bruxelles ha annunciato investimenti per quasi 12 miliardi di euro, ma gli analisti avvertono: la strada per trasformare questa promessa in forniture concrete è lunga, complessa e tutt’altro che garantita.

Il cosiddetto “Corridoio di Mezzo” è al centro della strategia europea. Si tratta di un percorso che collega la Cina all’Europa passando per il Mar Caspio, il Caucaso meridionale e il Mar Nero, evitando sia la Russia che l’Iran. L’UE ha già promesso 13 miliardi di euro in due anni per sviluppare strade, ferrovie e porti lungo questa via. Ma secondo la BERS, solo il potenziamento infrastrutturale richiederebbe almeno 18,5 miliardi. E ad oggi, gran parte delle merci asiatiche continuano a viaggiare attraverso il territorio russo.

La geografia non aiuta. Il trasporto via mare attraverso il Caspio, e le limitate capacità logistiche nei porti kazaki, come Aktau, rappresentano colli di bottiglia strutturali. E i recenti attacchi a infrastrutture energetiche nella regione, come quelli ai terminal del Caspian Pipeline Consortium, alimentano timori sulla sicurezza delle rotte.

Sul piano energetico, le speranze europee puntano al Turkmenistan, che possiede una delle più grandi riserve di gas naturale al mondo. Ma gli accordi di scambio finora firmati, tra cui uno con la Turchia per 2 miliardi di metri cubi l’anno, rappresentano solo una minima parte dei volumi persi da Mosca. E il progetto del gasdotto Trans-Caspico, che permetterebbe un flusso diretto verso l’Europa, resta bloccato da veti geopolitici e interessi russi.

Diverso il discorso per il petrolio. Il Kazakistan già fornisce circa il 13% del fabbisogno europeo, sebbene l’80% di questo transiti ancora da infrastrutture russe. Le autorità kazake hanno manifestato l’intenzione di ampliare le vie di esportazione verso ovest, ma i volumi alternativi rimangono ancora marginali.

Il capitolo più promettente riguarda i minerali critici. L’Asia centrale vanta riserve significative di terre rare, litio, rame e altri materiali fondamentali per la transizione verde europea. Al vertice di Samarcanda, l’UE ha promesso 2,5 miliardi per sostenere il settore, con un impegno esplicito ad aiutare i paesi a sviluppare filiere locali, evitando lo schema estrai-esporta già visto con il petrolio.

Kazakhstan e Uzbekistan guidano la corsa: il primo con giacimenti potenzialmente enormi di terre rare nella regione di Karaganda, il secondo con un piano da 2,6 miliardi di dollari per rilanciare l’industria mineraria nazionale. Ma servono esplorazioni geologiche approfondite, legislazioni adeguate, corridoi doganali snelli e soprattutto tempo: gli esperti stimano fino a 20 anni per far decollare la produzione su scala industriale.

L’UE, intanto, prepara per giugno un forum in Uzbekistan dedicato agli investitori privati. L’obiettivo è semplice: mettere piede nella regione prima che lo facciano altri, e assicurarsi, nel lungo periodo, un accesso stabile alle risorse che plasmeranno l’economia del futuro.