L’arresto della giudice Hannah Dugan, accusata di aver ostacolato l’azione dell’ICE in un tribunale di Milwaukee, non è soltanto un fatto di cronaca. È l’immagine concreta di un processo ormai compiuto: la democrazia americana, quella nata nel mito della separazione dei poteri e del primato della legge sul potere, si è già inclinata oltre il punto di non ritorno.
E mentre la stampa americana si affanna a raccontare l’episodio come una possibile deviazione, come un campanello d’allarme da non sottovalutare, la realtà è molto più semplice e più amara: la devianza è diventata sistema.
In queste ore si è detto che l’indipendenza della magistratura è stata violata, che la separazione dei poteri è in pericolo, che il diritto a un processo equo viene eroso. Tutto vero. Ma tutto già avvenuto. Non siamo più nel tempo delle minacce, ma in quello delle conferme.
Arrestare una giudice per aver applicato un principio basilare dello Stato di diritto — difendere l’accesso legale alla giustizia prima della coercizione esecutiva — sancisce che il potere politico non accetta più mediazioni. E, soprattutto, considera la legge un proprio strumento e non più un limite.
Non si tratta solo della vicenda di una migrante, né di un caso isolato: l’amministrazione Trump, con la sua Operazione Aurora e con l’uso disinvolto di strumenti legali come l’Alien Enemies Act del 1798, ha smontato pezzo per pezzo l’architettura delle garanzie costituzionali, senza bisogno di sospendere la Costituzione.

La legge viene ancora invocata, applicata, citata: ma il suo spirito, il suo vero fondamento, è stato capovolto. Non protegge più il cittadino dal potere, bensì il potere da ogni vincolo.
Chiedersi ora se la magistratura americana sarà capace di ribellarsi è un interrogativo tardivo. Il sistema giudiziario è stato già profondamente riformato negli anni precedenti, colonizzato da nomine politiche, intimidito da campagne di delegittimazione, sottoposto a un processo di normalizzazione.
Processo che ha reso sempre più rischioso opporsi apertamente al potere esecutivo. Restano, certo, singoli episodi di resistenza, uomini e donne che credono ancora nella dignità della toga. Ma il sistema, nel suo complesso, è già stato piegato.
Non è una deriva, è una nuova normalità. E non riguarda solo gli Stati Uniti. Perché una democrazia che svuota se stessa dall’interno, che trasforma la legge in uno strumento di vendetta politica, perde anche il diritto di proporsi al mondo come modello, come alleato affidabile.
Il rapporto con le democrazie europee, che già si era incrinato profondamente negli ultimi anni, non rischia di deteriorarsi: si è già deteriorato. E continuerà a farlo, perché nessuna retorica, nessuna alleanza formale potrà nascondere l’incompatibilità tra chi difende ancora l’idea di diritto come garanzia universale e chi la usa come un’arma contro i più deboli.
L’arresto di una giudice non è solo un abuso: è il simbolo di un Paese che ha scelto, consapevolmente o per abitudine, di archiviare la propria idea di democrazia. E in un mondo che guarda, il vuoto lasciato dagli Stati Uniti sarà riempito da altri. Non necessariamente da chi crede di più nei diritti, ma da chi saprà sfruttare meglio il loro abbandono.



