Congo, cobalto e Cina: il blocco delle esportazioni scatena la guerra

Le azioni delle aziende cinesi produttrici di cobalto sono schizzate in Borsa, mentre il governo della Repubblica Democratica del Congo ha imposto uno stop di quattro mesi alle esportazioni del minerale per far risalire i prezzi.

Un provvedimento che ha scatenato il panico nel settore, facendo tremare gli equilibri di un mercato strategico per l’industria tecnologica e delle auto elettriche.

Ma dietro il gioco delle quotazioni si nasconde una realtà ben più scomoda: il cobalto, elemento essenziale per la rivoluzione digitale, viene estratto nelle miniere congolesi in condizioni disumane, con il lavoro minorile ancora largamente diffuso.

Nel silenzio assordante della comunità internazionale, il Congo resta il cuore pulsante della produzione globale di cobalto.

È una risorsa tanto preziosa quanto macchiata di sangue: miniere a cielo aperto dove lavorano bambini, ribelli che si spartiscono il controllo del territorio, multinazionali che comprano senza fare troppe domande.

La recente decisione del governo congolese di sospendere l’export ha scatenato il panico nei mercati, ma la vera domanda è un’altra: perché il mondo accetta senza fiatare che la ricchezza digitale sia costruita sullo sfruttamento?

” Ricordi i vecchi Cobalt Raqs? ” di Richard Masoner / Cyclelicious è distribuito con licenza CC BY-SA 2.0 .

Il blocco delle esportazioni ha fatto schizzare in Borsa le azioni delle aziende cinesi che dominano il mercato del cobalto.

Il monopolio del Congo su questo minerale ha portato a una dinamica paradossale: la sua economia resta poverissima, dilaniata dalla guerra e dalle tensioni etniche, mentre le multinazionali si arricchiscono con un commercio che nessuno vuole guardare troppo da vicino.

Il cobalto è essenziale per il “Green Deal” occidentale e per la rivoluzione digitale, ma nessun leader di Stati Uniti ed Europa si azzarda a parlare di condizioni di lavoro, di bambini sfruttati o di guerre finanziate con i proventi minerari.

Nel frattempo, il Congo sprofonda nel caos politico. I ribelli dell’M23, appoggiati dal Ruanda, hanno preso il controllo delle città strategiche di Goma e Bukavu, trasformandole in laboratori di un governo parallelo.

Promettono ordine e stabilità, ma in realtà impongono la loro presenza con il terrore e cercano disperatamente un modo per accedere ai fondi finanziari. Le banche restano chiuse, le università sono paralizzate, la popolazione è intrappolata in un limbo senza futuro.

È il lato oscuro della globalizzazione: mentre nei centri finanziari si discute di strategie di investimento sul cobalto, in Congo si combattono guerre per il suo controllo.

La comunità internazionale sa benissimo cosa accade, ma preferisce non intervenire. Le auto elettriche devono continuare a essere prodotte, i cellulari devono restare accessibili, le fabbriche devono marciare a pieno regime.

Una soluzione equa al problema significherebbe costi più alti, regolamentazioni più rigide per le esportazioni, la necessità di rivedere intere filiere produttive. E nessuno, a quanto pare, è disposto a farlo.

Il Congo è l’ennesima ferita aperta sulla mappa dell’Africa, una piaga tollerata perché serve agli interessi economici globali.

Il mondo attuale si regge su un patto tacito: sfruttare le risorse dei Paesi più poveri e fingere di non sapere a quale prezzo vengono estratte. E finché questo meccanismo resterà in piedi, il sangue del cobalto continuerà a scorrere.

La miniera di Mutanda, Congo, miniera a cielo aperto di rame e cobalto nella provincia di Lualaba. di Coordenação-Geral de Observação da Terra/INPE è concesso in licenza con CC BY-SA 2.0 .