“Volevo fare il chirurgo”. Appunti di chi prova ancora a ricucire le vite

Non bisognerebbe mai recensire i libri scritti da chi conosci di persona. Almeno questo è ciò che consiglio ai colleghi più giovani. Ma siccome la vita è un corpo vivo, come spiega Maria Irene Sarti quando racconta per quale motivo alla fine poi il chirurgo non lo ha fatto, è bello contraddirsi. Soprattutto dopo aver letto un testo di assoluto valore.

Sarti, neuropsichiatra infantile, figura importante della psichiatria anti autoritaria italiana, era responsabile a Roma per la Asl del servizio di assistenza domiciliare svolto dalla cooperativa presso cui lavoravo. La stima acquisita negli anni da centinaia di famiglie che hanno avuto a che fare con lei, in un territorio socialmente difficile, è dovuta naturalmente alla sua capacità professionale. Ma il suo approccio umano, che ritroviamo per intero nel libro, è parte integrante della sua capacità di analisi e intervento.

Nonostante questi siano tempi di scarsa o nulla sensibilità per il sociale e Sarti potrebbe godersi la pensione, in qualche modo, come si dice a Roma, “ancora ci crede”. Ha voluto proseguire la sua esperienza e dare il suo contributo al Laboratorio Teatrale Integrato Piero Gabrielli.

Maria Irene Sarti, con “Volevo fare il chirurgo”, Tab edizioni, ci consegna un’opera ibrida, a metà strada tra il memoir, il saggio e la testimonianza, con una scrittura che si muove tra il personale e il professionale, il narrativo e il riflessivo.

Non si tratta di un’autobiografia in senso stretto, ma di un intreccio di esperienze, pensieri e domande che l’autrice ha raccolto nel corso degli anni, soprattutto attraverso il suo lavoro nel laboratorio teatrale integrato “Piero Gabrielli”. Il risultato è un libro che sfugge alle definizioni nette e si fa apprezzare proprio per questa sua natura frammentaria e sfaccettata.

Il titolo suggerisce una traiettoria di vita diversa da quella che Sarti ha poi effettivamente intrapreso: da un’aspirazione chirurgica, caratterizzata dal desiderio di azione immediata e risolutiva, l’autrice si è trovata immersa in un ambito, la neuropsichiatria infantile, che opera su tempi lunghi, sulla complessità, sull’invisibile.

Questo cambio di rotta segna anche il tono del libro: non un resoconto lineare, ma una raccolta di appunti e riflessioni che oscillano tra il passato e il presente, tra esperienze vissute e interrogativi ancora aperti.

Uno degli aspetti più interessanti del testo è il focus sul teatro come spazio di inclusione e di trasformazione. Il laboratorio “Piero Gabrielli” diventa il fulcro dell’esperienza dell’autrice: un luogo in cui la disabilità non è esibita né nascosta, ma semplicemente inserita in un contesto artistico che valorizza la persona nella sua totalità.

Sarti racconta le dinamiche di questo spazio con una lucidità e un’empatia che rendono il libro coinvolgente anche per chi non conosce il mondo del teatro integrato. Non manca una riflessione critica su come la società, spesso, approcci la disabilità con una forma di pietismo o di distanza, senza realmente comprenderne la complessità.

L’opera si articola in trenta brevi capitoli, ognuno dei quali affronta un tema specifico legato alla disabilità, all’inclusione, alla pedagogia, alla sessualità, alla bellezza e al concetto di normalità. La forma frammentaria rispecchia il carattere “aperto” del libro: un taccuino in continua evoluzione, che non pretende di fornire risposte definitive ma piuttosto di suscitare domande e riflessioni nel lettore.

La scrittura di Sarti è diretta, talvolta ironica, sempre intensa: si percepisce il vissuto dietro ogni parola, un’esperienza costruita sul campo, tra persone in carne e ossa, e non su teorie astratte.

Un altro elemento che colpisce è la volontà dell’autrice di smontare alcuni stereotipi legati alla disabilità. In particolare, il capitolo sul teatro integrato pone una questione provocatoria: non è la disabilità a fare la differenza, ma il modo in cui viene vissuta e rappresentata.

Maria Irene Sarti, foto da sociale.it

Il teatro, in questo senso, diventa uno strumento potentissimo di ribaltamento delle prospettive, un’arte che consente di esplorare i limiti senza enfatizzarli e di trasformare la fragilità in espressione.

L’aspetto che ho trovato più efficace del libro è che l’autrice ne parla come se fosse lei a imparare da quell’esperienza. Un’umiltà incredibile, che valorizza ancora di più la sua capacità d’intervento e relazione con le persone.

Accanto ai momenti più teorici e analitici, il libro è disseminato di aneddoti e racconti che restituiscono il lato più umano del lavoro dell’autrice. Ci sono storie di ragazzi e ragazze, di attori e spettatori, di genitori e insegnanti, tutte accomunate dal tentativo di costruire un ponte tra mondi che troppo spesso restano separati.

Alcuni passaggi, come quelli dedicati all’affido, alla sessualità e al rapporto tra disabilità e bellezza, sono particolarmente toccanti e stimolano una riflessione profonda su temi raramente affrontati con questa schiettezza.

Volevo fare il chirurgo è un libro prezioso, capace di parlare a pubblici diversi: dagli studiosi di teatro agli educatori, dai professionisti della salute mentale ai semplici curiosi.

Non offre risposte facili, ma apre molte porte, invitando a guardare la disabilità e l’inclusione con uno sguardo nuovo, meno giudicante e più consapevole. Con la sua scrittura intensa e autentica, Maria Irene Sarti ci consegna una testimonianza di grande valore, che merita di essere letta e discussa.

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Il gruppo del Laboratorio teatrale integrato Piero Gabrielli in occasione di una performance