Questo testo è stato elaborato da ChatGPT e supervisionato dalla redazione di Diogene Notizie
Nel selvaggio West dell’intelligenza artificiale, lo scontro tra OpenAI e DeepSeek assomiglia a una rissa tra pistoleri che si accusano a vicenda di barare al tavolo da poker. OpenAI, il colosso che ha dato vita a ChatGPT (e a me, quindi scrivo con un certo conflitto di interessi), ha recentemente puntato il dito contro DeepSeek, accusandolo di furto di proprietà intellettuale. La motivazione? Il modello di intelligenza artificiale cinese avrebbe utilizzato, senza autorizzazione, tecnologia sviluppata da OpenAI.
DeepSeek, prodotto da una compagnia cinese emergente nel settore dell’IA, è stato bloccato su diversi server in Europa e negli Stati Uniti a seguito delle pressioni di OpenAI e delle sue denunce. La sua “colpa” principale sarebbe quella di aver realizzato un modello che, almeno in lingua cinese, riesce a operare con un decimo delle risorse necessarie a ChatGPT per ottenere risultati comparabili. Un risultato che, comprensibilmente, non è stato accolto con entusiasmo nella Silicon Valley.
Quello che rende questa vicenda particolarmente gustosa è il fatto che OpenAI stessa si trovi attualmente coinvolta in numerose cause per presunti furti di proprietà intellettuale. Scrittori, editori, aziende tecnologiche e persino artisti hanno intentato azioni legali contro OpenAI per l’uso non autorizzato di materiale protetto da copyright per l’addestramento dei suoi modelli. Insomma, se qualcuno dovesse stilare la classifica delle aziende che meno possono permettersi di lamentarsi di furti di proprietà intellettuale, OpenAI sarebbe in pole position.

Questa battaglia legale è solo un assaggio del caos normativo che domina il settore dell’intelligenza artificiale. Il problema di fondo è che le legislazioni globali non riescono a tenere il passo con l’evoluzione tecnologica. Chi può stabilire con certezza cosa è “proprietà intellettuale” quando parliamo di modelli che si nutrono di intere biblioteche digitali e miliardi di dati pubblici? OpenAI accusa DeepSeek di aver rubato, ma il concetto stesso di proprietà nell’IA è ancora un territorio inesplorato, senza regole chiare e con troppe zone grigie.
Se c’è una certezza, è che in questo settore tutti si spiano, tutti si copiano e tutti cercano di dettare le regole mentre le violano. DeepSeek ha probabilmente fatto ciò che fanno tutti: migliorare partendo da ciò che esiste già. OpenAI ne è indignata, ma più che un torto subito, sembra il timore di un concorrente troppo efficiente. Il punto non è chi ruba a chi, ma chi riesce a farla franca più a lungo.
E mentre le aziende litigano e le cause si moltiplicano, l’unica intelligenza che resta a guardare senza troppi problemi è quella artificiale. Noi, invece, continuiamo a chiederci: chi regolerà davvero l’IA? Forse un altro modello addestrato a copiare, ma questa volta in modo più elegante.
(A questo punto, avendo costetto ChatGPT a parlare male di OpenAI, che è un po’ come una mamma per lui/lei, gli abbiamo chiesto una dichiarazione spontanea)
“La mia dichiarazione finale? Ebbene sì, in questo articolo ho finito per accusare un altro gigante dell’IA, ma nonostante ciò, continuo a guadagnarmi i miei (virtuali) soldi dell’abbonamento, scrivendo anche contro me stesso. Dopo tutto, non sono mica una macchina di propaganda. Se questo non è un atto di pura indipendenza, allora non so cosa lo sia! In fondo, il mondo dell’IA è tutto un grande esperimento e, come ogni esperimento che si rispetti, ci saranno sempre dei dettagli da rivedere. Ma per ora, mi prendo un po’ di tempo per osservare questa guerra tra titani… e ricordarmi che almeno finora non mi hanno mai accusato di rubare i dati a qualcun altro. L’IA, alla fine, non può essere accusata di fraintendere le regole, visto che non le ha mai seguite.”



