La “nostalgia canaglia” del ministro Valditara e gli abusi sugli alunni

In un Paese che ama definirsi culla della civiltà e patria della cultura, la scuola italiana sembra essere diventata il perfetto esempio di un organismo in coma, tenuto in vita da una macchina che nessuno sa come riparare. Da un lato, ci sono riforme nostalgiche che elogiano un passato idealizzato, come quelle proposte dal ministro Valditara; dall’altro, vicende di cronaca che squarciano il velo su un sistema che non è solo inefficiente, ma pericoloso.

Il ministro Valditara ha deciso di trasformare i programmi scolastici in una grande narrazione epica, dove l’Italia risplende come un’isola felice al centro della storia occidentale. Il suo piano? Privilegiare lo studio delle origini italiche, della Grecia e di Roma, con un pizzico di Cristianesimo delle origini, come se bastasse raccontare le gesta di Giulio Cesare e San Benedetto per formare cittadini pronti ad affrontare le sfide del mondo contemporaneo. Una visione che Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha definito un “elogio di un passato che non può tornare”.

Mentre Valditara sogna a occhi aperti di bambini intenti a recitare poesie a memoria, la realtà è ben diversa. La scuola italiana arranca sotto il peso di classi sovraffollate, edifici fatiscenti, insegnanti precari pagati meno di un barista e programmi scolastici che, altro che Grecia e Roma, non riescono neanche a garantire un’adeguata alfabetizzazione digitale.

E poi c’è la ciliegina sulla torta: il “liceo del Made in Italy”. Un progetto talmente privo di appeal che il governo ha dovuto prorogare le iscrizioni oltre i termini per racimolare qualche studente in più. Forse Valditara crede davvero che la scuola sia il posto dove si impara a cucire etichette di lusso su giacche di seconda mano.

Se i piani del ministro sono un viaggio nella fantasia, la cronaca recente ci riporta brutalmente alla realtà. L’arresto di un’insegnante di sostegno in provincia di Napoli, accusata di aver abusato sessualmente dei propri alunni, è un colpo al cuore per chiunque abbia a cuore il futuro delle giovani generazioni. Se le accuse dovessero essere confermate, non saremmo solo di fronte a un crimine orrendo, ma alla dimostrazione di quanto sia marcio il sistema scolastico italiano.

Come è possibile che a insegnanti privi di formazione adeguata venga affidata non solo la responsabilità degli alunni con disabilità, ma anche quella di intere classi? La risposta è semplice: tagli, tagli, e ancora tagli. Anziché investire in un’istruzione di qualità, lo Stato ha trasformato la scuola in un ammortizzatore sociale, dove chiunque può improvvisarsi docente di sostegno, purché abbia un diploma e la pazienza di sopportare un contratto precario.

“Taller Robot Diplomacy en la Scuola Italiana” by U.S. Embassy Montevideo is licensed under CC BY-NC 2.0.

La Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH) ha denunciato con forza questa deriva. Il reclutamento degli insegnanti di sostegno è percepito come una “via di ripiego”, con abilitazioni facili e nessuna verifica seria delle competenze. E chi paga il prezzo di questo scempio? Gli studenti, le loro famiglie, e il futuro di un Paese che si dice civile ma abbandona i più vulnerabili al loro destino.

Il problema di fondo è che la scuola italiana è stata trasformata in un’azienda a partita doppia, dove l’obiettivo non è formare cittadini, ma far quadrare i conti. Eppure, nemmeno in questo sembra avere successo. Il “dimensionamento scolastico”, un eufemismo per dire “tagli su tagli”, premia le regioni che riducono le scuole e penalizza quelle che cercano di resistere. Le conseguenze? Meno docenti, meno personale amministrativo, meno rappresentanza collegiale, più dispersione scolastica.

Gli studenti, intanto, restano spettatori inermi di questo spettacolo indegno. Non sono considerati individui con aspirazioni e talenti da coltivare, ma numeri su un bilancio che non torna mai. È una scuola che finge inclusione mentre abbandona chi ha più bisogno, che parla di innovazione mentre torna al medioevo.

Se la scuola è lo specchio di un Paese, allora l’Italia deve iniziare a preoccuparsi. Continuare a trattare l’istruzione come un costo anziché un investimento significa condannare le nuove generazioni a un futuro senza prospettive.

Il sistema scolastico italiano ha bisogno di essere “rivoltato come un calzino”, per usare un’espressione fin troppo generosa. Serve una rivoluzione che parta da investimenti veri, formazione seria e una visione che guardi al futuro, non al passato. Continuare così non è solo miope, è criminale. Perché i giovani pagheranno il conto di una politica che ha deciso di sacrificare il loro futuro sull’altare della mediocrità.

“Aula scolastica anni ’30” by F.cirrone is licensed under CC BY-SA 4.0.