La povertà non è un portafogli vuoto

Quando mi viene da attribuire la qualità di “poveraccio” non faccio mai riferimento al censo. Non è questione di disponibilità economica, perché le peggiori ristrettezze sono quelle morali, etiche, culturali.

A questo punto, di “poveracci” – sarà difficile darmi torto – in Italia ce ne sono battaglioni e reggimenti, schierati spesso nelle circostanze più malaugurate e indomiti nel perseverare nei loro arroganti comportamenti.

Un Paese, pardon, un paese (con la rigorosa “p” minuscola) come il nostro è tagliato a misura per il pettegolezzo più provinciale che si possa immaginare. Gentucola che si rende protagonista di episodi che nemmeno Renzo Montagnani o Lino Banfi – indiscussi maestri della più scollacciata commedia all’italiana – avrebbero mai accettato di interpretare.

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Le lacrime sullo schermo, che colano da un volto segnato in fronte da qualcosa che non è una ruga, è spettacolo disgustoso che misura la dimensione (non solo fisica) di chi si esibisce in una tanto ridicola performance.

Vedere che l’inquadratura – apparentemente strappata da uno show di Maria De Filippi – riprende la bandiera nazionale fa incazzare chi nella Patria ci crede e chi riconosce una certa sacralità a quel pezzo di stoffa tricolore.

E’ a quel punto che l’esclamazione “che poveraccio” trova la modulazione più consona al protagonista e al contesto in cui è calato – ci auguriamo – obtorto collo.

Gli si vorrebbe dare un obolo, ma ovviamente non in denaro che certo non gli manca. Gli si vorrebbe regalare qualcosa che ne migliori lo spirito e il cuore e ci si scervella come quando si deve portare un dono ad un festeggiato sperando di vederlo apprezzato e compreso come scelto “a misura”.

Si potrebbe fare omaggio di un libro, ma lo specifico destinatario ha persino dimostrato di saper premiare quelli a suo avviso più affascinanti senza nemmeno averli sfogliati o addirittura disconoscendone addirittura il titolo.

Il “poveraccio”, quello vero, non vuole certo arricchirsi così. Inutile tendergli la mano.

Umberto Rapetto Generale GdF – Fondatore e per dodici anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico