Faccenda complessa e fragile è raccontare le pieghe della pluralità delle devianze: nello slalom tra i pregiudizi e il bilico dei politicamente corretti, a restare incastrato o, quanto meno, opacizzato è un mondo tanto reale quanto afono, il che mal si concilia con l’etica giornalistica o, de minimis, con l’aumento significativo di storie di violenza di genere come quella che stiamo per raccontare: una storia di silenzio, sommersa e negata, come molte altre; una storia in cui l’abusante è lei e l’abusato è lui.
Nel giallo estivo della romana Villa Pamphili incontriamo Luca (nome di fantasia, ndr), cinquant’anni, stimato professionista e padre felice di un ragazzo. Luca è un uomo di ottimi studi, ironico, colto. Accende una Camel, gioca con una foglia, racconta:
“Mi sono sposato che ero poco più che un ragazzino, una piovosa mattina di giugno nel 1997. Il ricordo di sette anni di matrimonio si riassume in una parola: paura. Lavoravo tutto il giorno e poi la sera studiavo per finire gli esami all’università. Lei durante tutto il giorno avrebbe dovuto studiare a sua volta, però diceva sempre di non riuscirci, di stare male, di avere l’angoscia e che la situazione peggiorava se vedeva che io invece ci riuscivo. Prendeva i miei libri con rabbia, mentre sottolineavo, li sbatteva in terra e diceva che avrei dovuto vergognarmi. Smisi di fare esami, pretese che facessi formale richiesta di abbandono degli studi. Poco dopo, una mattina mi svegliai completamente cieco da un occhio, una peripezia infinita di accertamenti, poi la diagnosi: sclerosi multipla”. Con Luca, ben determinato a proseguire il racconto, ci fermiamo al bistrot per bere un prosecco: “Non è mai venuta una sola volta in ospedale ma pretendeva dicessi a tutti che era sempre lì. Inserire la toppa nella chiave di casa, dopo il lavoro, era una sorta di lotteria dell’orrore. Passava le giornate rendendo i miei libri più amati coriandoli sparsi per casa, i miei dischi, le copertine dei cd erano sparpagliati in briciole, affinché le raccogliessi a mano per tutta casa. Poco importava se fossi gonfio di cortisone, reduce delle terapie di interferone, di immunoglobuline o chemioterapici; una colpa utilizzare una, poi due stampelle, poi una carrozzina. Se urlavo, piangevo, chiedevo pietà, correva in cucina a prendere un coltello da macellaio piantandoselo in gola e chiedendomi se avesse dovuto affondarlo o se avessi avuto l’amore di sopportare qualche schiaffo. Te ne potrei raccontare decine, forse centinaia di cose così”.
Che Dante mi presti il suo “Io non mori’ e non rimasi vivo” per motivare l’unico sintagma che io abbia saputo rivolgere allora a Luca: “E tu?”
“E io? La paura cieca, ostinata, malsana di parlare con chiunque (amici, famiglia, colleghi) di quella dannazione che mi ero scelto. Paura della critica più banale per essermi sposato così presto, per permetterle quello che lei faceva senza reagire a mia volta, per non andarmene, per non riconoscere che avevo miseramente fallito quell’obiettivo di amore per il quale avevo dato uno schiaffo controcorrente al mondo. Nei pochi momenti di calma, le promesse di cambiare mi convincevano che un nuovo inizio fosse possibile, che poteva andare meglio. Nessuno mi avrebbe creduto, ne ero certo; più aumentava la violenza, più diminuiva la mia capacità di trovare le forze per arginarla in un modo qualunque. Poi un giorno in ospedale, la mia neurologa, dopo la visita mi fece una domanda secca: . Balbettai qualcosa, rispose: “La mando immediatamente da una nostra brava psichiatra e psicoterapeuta”. E questo è tutto. Un percorso che mi parve veloce come volare sul tetto di uno shuttle, la forza del coming out, le strategie per uscire da quell’incubo. Uscii di casa un pomeriggio con uno zaino (la carrozzina non servì più per un certo numero di anni), non avevo più niente, non volevo niente, non avevo bisogno di niente, salvo di riprendere piano piano la mia vita in mano. Non l’ho più vista da allora, la separazione e poi il divorzio furono seguiti dagli avvocati. Trovai il coraggio di raccontare quasi tutto, per non ferirli troppo, ai miei genitori. Trovai il coraggio di raccontare quasi tutto ai miei amici, che avevo perso per tanti anni, con la scusa blindante della malattia e dei limiti fisici. Non mi ha mai creduto nessuno. Lo sapevo, io”.

Vergogna, reticenza, paura di essere giudicati, non creduti da un contesto culturale (a cui si appartiene in prima persona e di cui lo stesso abusato ne ha radicate le istanze) murato all’interno di uno stereotipo machocentrico, che minimizza il problema o addirittura lo ridicolizza con la Sonata per archi “ma che ti fai menare da una donna?”. La violenza, tuttavia, è un reato penale senza genere, che causa in chi ne è oggetto le medesime angosce, le medesime paure e ci proietta tutti nello stesso baratro.
Senza alcun dubbio, il fenomeno della violenza di genere, attorno al cui deflagrante manifestarsi negli ultimi anni sono stati accesi riflettori non da poco, sia da parte delle istituzioni (poco) che della società civile, ha come oggetto principale le donne. Secondo i dati Istat, infatti, il 31,5 % delle 16 – 70 enni ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20% di natura fisica, il 21% violenza sessuale e il 5,4% le forme più gravi della violenza sessuale, come lo stupro e il tentato stupro.
Numeri da brivido che pure omettono i dati atroci sui femminicidi: 120 solo nel 2023 (fonte Viminale) di cui 64 per mano degli ex partner. La violenza sulle donne è da sempre stata esercitata, in forme più o meno aggressive (fisiche e psicologiche), e si sono conosciute stagioni addirittura peggiori di questa. Eppure, oggi parliamo di “numeri record”? Perché? Semplice: perché i casi emergono più che in passato, fortunatamente.
Il modello patriarcale si è andato sbriciolando, sotto il peso di un importante aumento del livello medio di istruzione delle donne stesse nonché delle politiche di sensibilizzazione su questo argomento: il “no” alla manipolazione, al controllo, al possesso è diventato un grido possibile e ascoltato. Le donne sono state messe nella condizione di denunciare, si sono create linee dirette con le autorità per la protezione e il soccorso e centri antiviolenza per il supporto psicologico e legale delle vittime di abusi. Non solo: il lavoro unanime del Parlamento ha permesso che nell’agosto 2019 entrasse in vigore un provvedimento di modifica al codice penale, il Codice Rosso, una sorta di corsia veloce e preferenziale che abbreviasse i tempi di intervento e di indagine nei casi di violenza, persecuzioni e maltrattamenti.
Ma che cosa succede quando è la donna il soggetto del reato? Come si comportano l’uomo e la società quando a subire il maltrattamento è quello che viene coralmente riconosciuto come il “sesso forte”?
Intanto, sarà bene specificare fin da ora che le persecuzioni da parte delle donne verso gli uomini presentano caratteristiche specifiche e che raramente sono “fisiche”, come nel caso di Luca: la percossa fino al drammatico epilogo dell’omicidio coinvolge nettamente più le donne e le casistiche, formate sulla base di accessi al pronto soccorso e decessi, non sono neanche minimamente comparabili.
A tal proposito, come riportato su “State of mind, il giornale delle Scienze Psicologiche”, una ricerca di Purcell evidenzia come nelle donne stalker “sul piano della tipologia dei comportamenti messi in atto, prevalga la propensione al contatto con la vittima (telefonate, lettere, approcci)”, confermando che la violenza femminile è più tesa alla comunicazione.
Nonostante circa l’80% dei casi conosciuti di stalking riportino un soggetto maschile come carnefice, si ritiene che la percentuale che vede gli uomini nel ruolo di vittime sia incredibilmente sottostimata a causa di una scarsa propensione alla denuncia di quest’ultimi: il pericolo persecutorio viene minimizzato in nome di una maggior forza fisica, brandendo un presunto “so difendermi da solo” o addirittura (nei casi meno gravi) trovando un motivo di vanto in un corteggiamento ossessivo da parte di una donna.
E infine, nei casi più gravi, vergognandosi a dichiarare di avere paura, temendo di non essere creduti e di conseguenza allontanandosi dagli amici, dalla famiglia per finire inviluppati in uno stato di angoscia e solitudine. Tutte e tre queste fattispecie restituiscono l’impressione di una sorta di trappola mentale e fattuale in cui il patriarcato è finito per nuocere pure al patriarca: il maschio esperisce il destino di maschio che la società gli ha cucito addosso fino a trovarsi nella condizione di raccoglierne i frutti più marci. Eppure, la pervicacia di una donna persecutrice reca spesso una forza distruttiva e secondo alcuni studi la condotta persecutoria femminile può protrarsi più a lungo nel tempo rispetto a quella praticata da agenti maschili, arrivando a durare anche decenni.
“Le stalker?” scrive l’avvocata Stefania Crespi, esperta di procedimenti penali concernenti i reati contro la famiglia, “scelgono forme di persecuzione più subdole: rubano o distruggono oggetti della vittima, si intromettono nella vita lavorativa ed affettiva. Alcune tipiche condotte delle stalker sono comunicazioni indesiderate, come numerose telefonate nel cuore della notte, e-mail, biglietti, scritte sui muri; anche contatti sgraditi, pedinamenti, appostamenti sotto casa o sotto il luogo di lavoro, autoinviti, l’invio di doni o fiori”. E sulle vittime continua: “sono persone generalmente conosciute, non soltanto ex partner, ma anche persone con cui si aveva un rapporto di amicizia o professionale”. Più precisamente, secondo il Rapporto Italia Eurispes 2021, il 20,3% degli uomini subiscono stalking da parte di ex partner e il 13,5% da parte di colleghe (con numeri in crescita rispetto al 2020 e al netto del mondo sommerso che stereotipicamente se la spiccia da sé).

A farci vedere come si può attraversare questo inferno e farne faticosamente ritorno, è arrivata dal Regno Unito su Netflix la miniserie “Baby Reindeer”, scritta dal comico inglese Richard Gadd, in quella che sembra un’autocatarsi, essendo lui la vittima (reale) dei fatti oggetto del racconto. Tra i prodotti di maggior successo e più dibattuti del 2024, in sette puntate Baby Reindeer ci fa scivolare insieme a Donny (pseudonimo che l’autore dà a se stesso) tra le grinfie del vigore molesto della vulnerabile Martha, una donna di lui invaghitasi – che egli tenta sulle prime di respingere con educazione e comprensione – e che invaderà furiosamente tutti i suoi spazi, con migliaia di mail e centinaia di messaggi in segreteria telefonica fino a rendergli impossibile uscire di casa o andare a trovare i suoi genitori. Tra tentativi di gestire il problema da solo, denunce non credute e dunque ritirate e l’ilarità generale dei colleghi di lavoro, Donny trascorre anni tentando di schivare la strategia ossidionale e le aggressioni di Martha. Baby Reindeer è la storia di un percorso faticoso di distruzione e autodistruzione, di fallimento e di rinascita ma soprattutto il racconto disperatamente intimo della vita espugnata dalla violazione. A qualsiasi genere essa si rivolga, con qualunque forma essa si manifesti.
Lo sa bene la dottoressa Fulvia Siano, psicologa clinica e forense, ma soprattutto socia fondatrice e Presidente dell’Associazione Perseo, un centro antiviolenza dedicato all’ascolto e alla presa in carico di tutti gli abusi subìti da coloro che nei centri antiviolenza femminili non sarebbero ammessi: uomini, omosessuali, transessuali, adolescenti coinvolti in episodi di bullismo (o violenza sessuale), anziani maltrattati dalle persone che li accudiscono.
“L’idea di creare un’associazione”, racconta a Diogene, “ci è venuta proprio per smontare lo stereotipo dell’uomo che non deve chiedere mai – per citare una nota pubblicità -, e per dar voce a tutte le categorie di persone fragili o vittime di violenza a cui non veniva garantito alcun supporto, né psicologico né legale. Cosa ne sarebbe stato di un ragazzo immigrato, vittima di violenza sessuale lungo la tratta, che non ha le stesse tutele delle sue coetanee? E di un padre separato vittima di violenza economica da parte della ex moglie o di un marito malmenato da una compagna ubriaca? A chi avrebbe potuto rivolgersi un omosessuale vittima di stalking?
Questi sono soltanto esempi di realtà, più frequenti di quanto si immagini, molto spesso sommerse, ma non meno rilevanti sul piano del portato fisico, psicoemotivo e legale”. Se nella fondamentale lotta alla violenza contro le donne è stato inserito nella legge di Bilancio 2024 un pacchetto di misure che prevede un fondo triennale di 135 milioni di euro, la cui fetta più cospicua (75 milioni) è destinata – come riporta Il Sole 24 ore – alla realizzazione di case rifugio e centri antiviolenza territoriali, la dottoressa Siano ci racconta del buco nell’acqua che è stato il suo incontro nell’ufficio Pari opportunità della Regione Lombardia, presso cui si richiedeva per l’Associazione Perseo l’accesso ai fondi pubblici.
“Tutti i centri antiviolenza femminile”, prosegue Siano, “godono di questa possibilità. In Italia ne abbiamo circa 400 in tutto il territorio nazionale. E ahimé non tutti virtuosi. Per partecipare ai bandi i centri antiviolenza devono produrre numeri, cioè devono dire che ad esempio in un anno si sono rivolte a loro un certo numero di donne. Più alto è questo numero e più soldi riescono a prendere. Questo vuol dire che se la donna denuncia il centro antiviolenza ha una sua quota di “convenienza”. Siamo arrivati, dati Istat alla mano, ad un 80% di false denunce.
Abbiamo confrontato i dati del Ministero dell’Interno con i dati del Ministero della Giustizia. Molto spesso gli uomini querelati come “maltrattanti” si ritrovano nelle sentenze come “maltrattati”. Questi ultimi spesso non denunciano per la paura di non essere creduti. Ho un paziente al Gemelli di Roma con la testa rotta da una padellata della moglie a cui non hanno attivato nemmeno il codice rosso (non quello del pronto soccorso, ma quello votato dal Parlamento nel 2019 contro la violenza familiare e di genere) nonostante le minacce di morte da parte di lei. Inoltre, non beneficiando di fondi pubblici, non riusciamo a garantire l’assistenza gratuita ai pazienti e consideri che noi siamo strutturati come un vero e proprio centro antiviolenza con assistenza psicologica e legale.
Questo è ancora un altro fattore (discriminatorio) che disincentiva, soprattutto perché ci troviamo ad operare il più delle volte in contesti sociali disagiati. Noi cerchiamo di andare incontro a tutti – mi capita di lavorare gratis – ma purtroppo non avendo i requisiti per partecipare ai bandi, dobbiamo fare affidamento su altro”. L’immagine di copertina dei social dell’Associazione è in effetti un cartello che si limita a donare il 5Xmille.
“Oltre ad aiutare gli uomini maltrattati, noi offriamo percorsi di recupero e riabilitazione anche per uomini maltrattanti. Per gli uomini sì, ma in quest’ultimo caso anche per le donne: infatti, pur esistendo il CUM (Centro Uomini Maltrattanti – costola dei centri antiviolenza femminili – beneficiario anch’esso dei fondi pubblici) non esiste un’analoga realtà per le donne maltrattanti che infatti, disperate, si rivolgono a noi.
Nell’immaginario sociale collettivo sembra quasi che le donne non possano essere capaci di violenza, che in un modo o nell’altro gli uomini riescano a cavarsela. Nonostante il MDMM (manuale diagnostico delle malattie mentali), quando descrive la sociopatia o il disturbo narcisistico, non faccia distinzioni di genere, la ricerca statistica sulla violenza a danno degli uomini è ferma al 2012”. Dodici anni fa: l’evidenza più fosforescente di come non necessariamente ciò che esiste è conosciuto.



