Nel 2025 il Vietnam ha avuto un solo vero calendario: quello dell’acqua. Non più stagione delle piogge e stagione secca, ma una lunga parentesi di fango, evacuazioni, funerali e conti economici rifatti al ribasso. Per la fascia centrale del Paese – da Huế fino alle province di Dak Lak e Khanh Hoa – è l’anno in cui un’ipotesi degli scienziati si è trasformata in prova a cielo aperto: il clima che cambia può trasformare questa zona in un epicentro globale di tempeste distruttive.
In pochi giorni, solo nell’ultima ondata, le inondazioni e le frane hanno ucciso decine di persone e ne hanno fatte sparire altre, centinaia di migliaia di case sono finite sott’acqua, intere aree hanno visto cadere oltre due metri di pioggia. I raccolti di caffè sugli altopiani sono stati devastati proprio al momento della raccolta, strade e ponti trascinati via, linee ferroviarie interrotte.
È l’ennesimo capitolo di un anno in cui Ho Chi Minh City, Hanoi, Da Nang e Nha Trang si sono alternate nelle cronache degli allagamenti, mentre il bilancio complessivo dei disastri naturali conta quasi trecento morti o dispersi e miliardi di dollari di danni.
Questa non è solo “sfortuna meteorologica”. Il riscaldamento globale sta caricando l’atmosfera di umidità e scaldando il Mar Cinese Meridionale: i cicloni si formano più vicino alla costa, si intensificano più rapidamente, rallentano una volta a terra e scaricano in poche ore la pioggia che un tempo cadeva in giorni.
Studi recenti indicano proprio il Vietnam centrale come “punto caldo” climatico: lì dove la traiettoria naturale dei tifoni incontra un mare più caldo e una costa densamente abitata, il rischio esplode.
La struttura del Paese fa il resto. Una larga maggioranza dei vietnamiti vive lungo i fiumi o in zone costiere, spesso in città cresciute troppo in fretta, con quartieri informali aggrappati agli argini, drenaggi insufficienti, colline disboscate per far spazio a coltivazioni o cantieri.

Quando arrivano le piogge estreme, l’acqua non trova vie d’uscita: sale di colpo, sfonda gli argini, entra in case dove si sopravvive con un salario a giornata. Sugli altopiani, la gestione d’emergenza dei bacini idrici – aperture improvvise per evitare il collasso delle dighe – può aggiungere piena a piena, trasformando la notte in cui si dorme in una trappola: in alcuni villaggi l’acqua è salita di un metro in venti minuti, costringendo chi era in casa a sfondare il tetto per salvarsi.
Il governo parla di “sviluppo resiliente al clima”, investe in sistemi di allerta, in previsioni più raffinate, in opere di difesa. Ma questa stagione ha mostrato uno scarto crescente tra il ritmo delle politiche e quello delle tempeste.
Gli standard su cui si basano argini, sistemi di drenaggio, piani di evacuazione appartengono a un clima che non c’è più: quello in cui certi eventi estremi capitavano, nella migliore delle ipotesi, una volta in una generazione. Oggi tornano a distanza di pochi anni, quando va bene di pochi mesi.
A reggere l’urto, per ora, sono soprattutto i legami sociali: volontari che dalla parte “asciutta” del Paese caricano sacchi di riso e vestiti sui motorini, stazioni della metro trasformate in centri di raccolta, famiglie che ospitano sfollati in case già sovraffollate.
È una resilienza costruita in decenni di guerre e ricostruzioni, ma rischia di diventare l’alibi perfetto per non investire abbastanza in prevenzione: se la comunità si arrangia, il sistema può permettersi di arrivare in ritardo.
Per il Vietnam, come per molti Paesi del Sud globale, la giustizia climatica non è uno slogan da conferenza internazionale, ma la differenza tra poter rifare un tetto o restare anni sotto lo stesso fango.
In un mondo che continua ad aumentare le proprie emissioni, questo Paese pagherà una quota sproporzionata del conto: non solo con i siti turistici sott’acqua e le foto delle case sommerse, ma con i debiti delle famiglie contadine, le migrazioni silenziose verso le città, la povertà che avanza ogni volta che l’acqua si ritira.


