Da settimane il Venezuela è tornato nel mirino di Washington. L’amministrazione Trump, dopo aver annunciato un rafforzamento della “lotta ai narcotrafficanti” nei Caraibi, ha disposto operazioni navali e raid contro obiettivi che definisce «legati al traffico di droga» nelle acque a ovest delle Antille e al largo del Venezuela.
Per chi segue distrattamente le notizie estere, potrebbe sembrare un episodio marginale: una missione di routine contro i cartelli, una risposta di polizia marittima. Ma dietro i comunicati si muove qualcosa di più profondo: un cambiamento di fatto nei confini del diritto internazionale.
Gli Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, quella che stabilisce chi può fare cosa in mare aperto. Agiscono invece in base a proprie leggi interne, come il Maritime Drug Law Enforcement Act, e a una rete di accordi bilaterali con i piccoli Stati dei Caraibi.
Questi accordi consentono alle unità americane di operare “su delega” nelle acque dei Paesi partner. È un sistema che funziona quando c’è consenso reciproco. Ma il Venezuela non è tra i partner, e non concede alcuna delega. Così le operazioni restano formalmente “in alto mare”, a pochi chilometri dal limite delle acque territoriali.
È un gioco di equilibrio: non si varca la soglia del Paese, ma la si sfiora, la si contorna, la si ridisegna. Il confine tra cooperazione e intrusione diventa sottile. E non serve simpatizzare con il governo di Caracas per notare la distorsione: se un Paese può impiegare forze militari così vicino a un altro Stato senza alcun mandato internazionale, allora la regola vale per chiunque.
C’è poi un’altra zona d’ombra. Parte delle manovre americane si concentra nell’area offshore contesa tra Guyana e Venezuela, dove si trovano i grandi giacimenti petroliferi dello Stabroek Block. Proteggere quelle rotte in nome della sicurezza significa, di fatto, riconoscere la linea di confine marittima di Georgetown e negare quella rivendicata da Caracas.

È un gesto politico mascherato da operazione tecnica, e crea un precedente: basta definire una missione “antinarcos” per consolidare, metro dopo metro, una sovranità di fatto.
Caracas ha portato la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, denunciando gli attacchi come violazioni della propria sovranità. Washington replica che si tratta di autodifesa e di lotta al traffico. Ma il punto non è la parola scelta: è il principio.
Se la legalità internazionale diventa variabile a seconda del bersaglio, se si invoca la sicurezza per spingersi sempre un po’ più in là, il mare smette di essere neutro e torna terreno di potenza.
Nessuno, in questa storia, ne esce bene. Il governo venezuelano rimane quello che è: autoritario, inefficiente, capace di reprimere più che di governare. Ma proprio per questo, per non legittimare i forti a scrivere da soli le regole, la difesa del diritto resta la bussola. Non è un favore a Maduro, è un argine all’arbitrio.
In fondo, il mare che separa e unisce le Americhe racconta sempre la stessa cosa: che il potere tende a espandersi dove trova spazio. E che il diritto serve a ricordargli quando fermarsi.
Il problema però è che allo stato attuale delle cose, a guidare l’applicazione intermittente del diritto internazionale è la gaffe/verità del nostro ministro degli Esteri Tajani, quando, a proposito della incursione israeliana contro la Freedom Flottilla rispose: “Il diritto internazionale conta fino a un certo punto”.



