Li ho già sentiti questi toni. Cambiano i bersagli, resta la stessa musica: “clandestinità”, “autodifesa”, “sabotaggio”, “ingovernabili”. Parole grosse che fanno scena, e poi lasciano macerie vere.
Io negli anni ’70 ci sono passato. Ho visto cosa succede quando la politica si traveste da guerra e la rabbia diventa estetica della violenza. All’inizio ti raccontano che è “solo un gesto”, “solo un danno”, “solo un segnale”. Poi il confine si muove. E quel confine, una volta spostato, non lo rimetti a posto con un post su un blog.
Se vuoi criticare le Olimpiadi, il cemento, la speculazione, l’uso dei fondi pubblici, il nazionalismo da stadio: benissimo. È materiale politico, anche duro. Ma “fuoco a…” e “a chi le produce” non è critica: è disumanizzazione. È la scorciatoia che trasforma persone in bersagli. E quella scorciatoia l’abbiamo pagata carissima: con morti, paura, leggi speciali, repressione a strascico e una società più cinica e più muta.
Il sabotaggio delle infrastrutture non “colpisce il sistema”: colpisce lavoratori, pendolari, gente qualunque. Produce rancore, non coscienza. E soprattutto regala al potere il regalo più grande: la cornice perfetta. Da domani il tema non è più “sprechi, appalti, territorio, case”: il tema diventa “ordine pubblico”, “nemico interno”, “pacchetto sicurezza”. E indovina chi vince, in quella partita? Non certo chi dice di stare dalla parte degli ultimi.
La verità è che la clandestinità fa sentire forti perché ti isola: ti toglie la fatica di convincere, di costruire, di perdere tempo con gli altri. Ma senza gli altri non stai cambiando il mondo: stai facendo una setta. E se ti serve l’idea del “dissenso pulito” come insulto, è perché hai smesso di credere nella gente e ti rimane solo il gesto.
Vuoi essere davvero “ingovernabile”? Allora fai una cosa più difficile e più sovversiva: resta umano, resta pubblico, resta verificabile. Spacca la narrazione con i numeri: appalti, costi, varianti, beneficiari, espropri, danni ambientali, compensazioni mancate.
Stai nei quartieri, nei comitati veri, nei posti dove le persone pagano le conseguenze. Fai causa, fai accessi agli atti, inchioda la politica alle responsabilità, organizza scioperi e boicottaggi trasparenti, pretendi controlli indipendenti. Costruisci alleanze che non evaporano al primo controllo di polizia.
Perché io lo so com’è questa storia: quando parte la retorica del “fuoco”, a bruciare non è lo stadio. Brucia la possibilità di cambiare qualcosa senza trasformare la città in un campo di battaglia. E quelli che dicevano di “combattere il sistema” finiscono per essere l’alibi del sistema.
Quindi no: niente fuoco, niente clandestinità eroica. La rabbia tienila, che serve. Ma usala per fare politica, non per fare paura. La paura l’abbiamo già vista. E non ci ha resi migliori.

