Nel nord dell’Uganda, al confine con il Kenya, c’è un villaggio dove ogni primavera si compie una strage silenziosa. Migliaia di cicogne migratorie, in viaggio verso terre più fertili, vengono catturate e uccise. Non per crudeltà. Per fame.
Ad Ayoreri, la terra ha smesso di rispondere. Siccità prolungate, piogge improvvise e temperature instabili hanno trasformato l’agricoltura da mestiere antico a missione impossibile. I campi arsi si estendono all’infinito e l’unico raccolto che si ottiene è quello della disperazione.
Per sopravvivere, gli abitanti si sono adattati: un topo avvelenato lasciato nei campi diventa esca per le cicogne. Gli uccelli, stremati, cadono a centinaia, e una volta catturati vengono venduti per pochi scellini, meno di un dollaro. Una carne dura, magra, ma vitale per chi ha perso tutto.
La caccia è illegale — le cicogne sono specie protette — ma è difficile rispettare la legge quando il vero crimine è lasciar morire di fame un’intera regione nell’indifferenza generale.
Joel Cherop, agricoltore e ambientalista locale, prova a offrire un’alternativa: riforestazione, piantagioni di alberi da frutto, piccoli progetti di agricoltura sostenibile. Ma rigenerare il suolo è un lavoro che richiede anni. E la fame non aspetta.
Il dramma di Ayoreri è solo il sintomo di una malattia che in Uganda ha radici profonde.
Oggi quasi metà della popolazione vive in povertà multidimensionale: significa che mancano istruzione, cure, acqua pulita e cibo, tutto insieme. La crescita economica ufficiale, sbandierata nei rapporti internazionali — un 6% che sembra un miracolo — non tocca chi abita nei villaggi, nei campi secchi, nei sobborghi in rovina.

Le regioni settentrionali del Paese, come il Karamoja e le zone di confine, sono ormai teatri di una carestia permanente. Qui il concetto di “insicurezza alimentare” ha smesso da tempo di essere un rischio: è diventato la regola. La cronaca della fame si ripete ogni anno: raccolti distrutti, riserve di cibo esaurite, aiuti insufficienti o impossibili da distribuire a causa della corruzione e dei conflitti locali.
Nel frattempo, il governo ugandese continua a difendere l’immagine di un paese stabile e in crescita. Ma sotto la superficie, la realtà è quella di uno Stato che sacrifica il futuro dei suoi cittadini più poveri mentre reprime ogni voce di protesta. La fame, come la povertà, non è solo una disgrazia naturale: è anche un prodotto politico.
Museveni, al potere da quasi quarant’anni, governa attraverso la forza, la censura, l’arresto degli oppositori. Gli investimenti nelle aree rurali sono briciole. I programmi di sicurezza alimentare si perdono nei meandri della burocrazia o vengono usati come strumenti clientelari.
Intanto la disperazione cresce. Cresce nelle statistiche dell’Indice di Povertà Multidimensionale. Cresce nei corpi sfiniti dei bambini che non vanno a scuola perché devono aiutare a cercare acqua o a cacciare cicogne. Cresce nel numero invisibile degli abbandoni, delle migrazioni, delle vite spezzate nel silenzio.
Ayoreri è solo una fotografia nitida di questo disastro sistemico: un villaggio dove si sopravvive uccidendo uccelli migratori, con il rischio di distruggere anche quel poco di equilibrio ecologico rimasto.
Non per cattiveria. Per necessità.
In Uganda oggi si muore di fame, si muore di sete, si muore di abbandono.
La natura viene uccisa a colpi di trappole avvelenate, gli esseri umani vengono uccisi dalla disillusione.
Ogni cicogna abbattuta è una resa. Ogni boccone strappato è una dichiarazione di fallimento globale.
Ad Ayoreri, come in molti altri angoli dimenticati del mondo, non è solo la natura a pagare il conto. È l’umanità stessa.



