mercoledì, Febbraio 11, 2026

Tagli agli aiuti: Europa e Italia seguono la linea Usa

Si parla tanto dello smantellamento di USAID deciso dall’amministrazione Trump, e a ragione: quando salta un pilastro così grande, l’onda d’urto arriva ovunque. Lì dove un programma di salute pubblica era diventato una routine, torna a essere un’emergenza.

Ma fermarsi a USAID è troppo comodo: ci consegna un colpevole chiaro e una storia lineare (“gli Stati Uniti si ritirano e il mondo resta scoperto”). Solo che la storia vera, oggi, è più scomoda: non è solo Washington che si sfila.

È l’intero Occidente che cambia linguaggio e priorità sugli aiuti. E l’Europa, Italia compresa, sta facendo la stessa cosa — magari con meno clamore, magari con formule più eleganti — ma nella sostanza con la stessa direzione di marcia.

Il dato più semplice, “dati alla mano”, viene da OECD, Organisation for Economic Co-operation and Development: per il 2025 l’OCSE prevede un calo dell’aiuto pubblico allo sviluppo tra il 9% e il 17%, dopo un -9% già nel 2024. È una forbice ampia, certo, ma il punto politico è chiarissimo: non siamo in una parentesi, siamo in un trend.

E l’OCSE aggiunge la parte che di solito resta fuori dai titoli: a pagare il prezzo più alto rischiano di essere i Paesi più poveri. Gli aiuti bilaterali verso i Paesi meno sviluppati e verso l’Africa subsahariana potrebbero scendere rispettivamente tra il 13% e il 25% e tra il 16% e il 28%.

Questo è il contesto in cui dovremmo leggere il “dopo USAID”: non come un vuoto che qualcuno riempirà, ma come un arretramento generale camuffato da riposizionamento strategico. La cooperazione non sparisce: cambia mestiere.

Da strumento dichiaratamente orientato alla riduzione della povertà diventa sempre più spesso una leva geopolitica. Infrastrutture, filiere, energia, digitale, controllo dei confini: parole che entrano nei documenti e, un passo alla volta, spingono la povertà in fondo alla frase, come una subordinata.

L’Unione Europea è l’esempio più istruttivo perché riesce a fare due cose insieme: da un lato annunciare grandi cornici (“autonomia strategica”, “partnership”) e dall’altro comprimere la capacità di intervento. Un caso concreto: analisi di policy hanno ricostruito che la revisione di metà periodo dei programmi NDICI-Global Europe porta a un taglio pro-rata stimato intorno al 7,48% per il 2025–2027.

Non è il genere di cifra che fa scattare l’allarme nel lettore medio, ma è esattamente il tipo di cifra che cambia il lavoro sul campo: meno margine, più selezione, più “solo dove conviene”.

In parallelo, l’Europa propone un racconto “positivo” del nuovo paradigma: il Global Gateway, lanciato nel 2021 e presentato come risposta alla Belt and Road cinese, con l’obiettivo di mobilitare fino a 300 miliardi nel periodo 2021–2027. È qui che il lessico si fa decisivo. Il punto non è negare che infrastrutture e investimenti servano: servono eccome.

Il punto è chiedersi per chi e con quali garanzie. Perché quando la cooperazione diventa un modo per assicurarsi materie prime critiche, corridoi energetici, connettività, allora il criterio di successo scivola: non più “riduci la povertà”, ma “consolidi l’accesso”, “metti in sicurezza la filiera”, “stabilizzi l’area”.

E questo slittamento non è un sospetto complottista: è il tipo di critica che arriva anche dal mondo della società civile europea, che chiede più trasparenza, più partecipazione, più controllo democratico su come vengono selezionati e gestiti i progetti del Global Gateway. Non è un dettaglio procedurale. È l’argomento.

Perché quando togli prevedibilità e aumenti flessibilità “se necessario”, chi lavora sul campo sente una cosa sola: instabilità. E l’instabilità, nello sviluppo, è spesso una forma elegante di abbandono.

Foto The Ethnographer CC BY-SA 4.0 – via Wikimedia Commons

Poi ci sono gli Stati membri. Anche qui, non serve un rosario di numeri: basta guardare a due scelte-simbolo, perché raccontano la logica comune.

Nel Regno Unito, la riduzione dell’aiuto allo 0,3% del reddito nazionale lordo dal 2027 è stata dichiarata apertamente come scelta per finanziare più spesa per difesa e sicurezza. È la forma più onesta — e quindi più brutale — del nuovo compromesso: meno solidarietà internazionale perché “prima viene altro”.

Lo stesso dibattito britannico mostra un altro cortocircuito: la quota di aiuti che finisce per coprire costi interni legati all’asilo, invece che interventi nei Paesi partner.

In Francia, la manovra 2025 ha comportato tagli pesanti all’ODA, con riduzioni riportate nell’ordine del 35% in alcune ricostruzioni di bilancio. Qui la logica è simile ma la narrazione è diversa: non “più difesa, meno aiuti”, bensì “razionalizzazione”, “efficienza”, “valutazione”. Parole che, nel mondo degli aiuti, spesso anticipano una cosa semplice: meno soldi e più condizionalità.

Il caso italiano è il più interessante proprio perché rischia di passare come “non-notizia”. L’Italia non ha fatto il titolo del “taglio epocale”, ma resta un paese che investe relativamente poco in aiuto pubblico allo sviluppo in rapporto alla sua economia.

Nel 2024 l’ODA italiana vale circa lo 0,28% del reddito nazionale lordo. È un dato che da solo dice già molto: se la base è bassa, basta poco per cambiare direzione senza che nessuno se ne accorga.

La domanda, quindi, non è soltanto “quanto spendiamo”, ma a cosa e con quale fine. E qui emerge la torsione: nei documenti strategici italiani la cooperazione viene sempre più legata a obiettivi di stabilizzazione e alla “mitigazione delle cause profonde” della migrazione, con un focus geografico forte sull’Africa.

La cornice politica, com’è noto, è il Piano Mattei per l’Africa: un contenitore che tiene insieme energia, investimenti, infrastrutture e cooperazione, e che può funzionare anche come modello esportabile in sede europea.

Si può discutere all’infinito se questa impostazione sia “realista” o “cinica”. Ma il punto che interessa un lettore, e che spesso resta nascosto sotto le formule, è più concreto: quando l’aiuto diventa una leva di frontiera, cambia il metro con cui lo misuri.

Non chiedi più prima di tutto “quante persone escono dalla povertà”, ma “quanta pressione migratoria contieni”, “quanto stabilizzi”, “quanta influenza guadagni”. In altre parole: la povertà smette di essere lo scopo e diventa un argomento di contorno.

Ecco perché il “caso USAID” non dovrebbe essere letto come una deviazione americana. È un acceleratore che rende visibile ciò che in Europa stava già maturando: la sostituzione della cooperazione con la competizione, del soft power con un soft power che assomiglia sempre più a hard power con un sorriso.

La conclusione, allora, non è moralistica (“dovremmo essere migliori”), né nostalgica (“si stava meglio quando…”). È una domanda politica, e persino amministrativa, che vale per Bruxelles e per Roma: se gli aiuti cambiano funzione, chi controlla la funzione? Chi decide i criteri di scelta? Chi valuta gli impatti — non solo economici, ma ambientali, sociali, sui diritti?

Perché quando le priorità diventano “strategiche”, il rischio non è solo che la povertà finisca in secondo piano. Il rischio è che la cooperazione perda la sua legittimità e diventi un’altra voce di politica estera, con meno trasparenza e più propaganda.

In quel momento, del “vuoto lasciato da USAID” resterà soprattutto un paradosso: non un vuoto da colmare, ma un pretesto per normalizzare l’idea che la solidarietà sia un lusso e che la povertà, in fondo, sia un dettaglio negoziabile.

Foto Julien Harneis CC BY-SA 1.0 – via Wikimedia Commons

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