venerdì, Gennaio 30, 2026

Sudafrica: riaperto il caso di Steve Biko 48 anni dopo

Quarantotto anni dopo, il nome di Steve Biko torna in tribunale. La Procura nazionale ha riaperto l’inchiesta sulla sua morte del 1977 con un mandato preciso: stabilire se ci furono atti o omissioni penalmente rilevanti e, soprattutto, di chi. L’udienza cade simbolicamente nell’anniversario dell’uccisione: l’attivista fu arrestato, picchiato in custodia, trasportato incosciente per centinaia di chilometri e morì per lesioni cerebrali.

All’epoca un’inchiesta pilotata scagionò la polizia; vent’anni dopo, davanti alla Commissione Verità e Riconciliazione, alcuni agenti ammisero le violenze, ma senza esiti penali. Oggi il fascicolo rientra nell’aula con un obiettivo diverso: non più solo verità storica, ma responsabilità individuali.

La scelta non è isolata. Tornano a muoversi anche dossier simbolo come quello dei Cradock Four, gli attivisti rapiti e assassinati nel 1985. È il segno di una stagione di “riaperture” che non riguarda un solo martire, ma la filiera delle uccisioni in detenzione e delle esecuzioni extragiudiziali dell’era dell’apartheid.

Il contesto politico-giudiziario aiuta: il presidente Cyril Ramaphosa ha istituito una commissione d’inchiesta per verificare se gli esecutivi post-1994, guidati dall’ANC, abbiano interferito o rallentato indagini e processi sui casi che la Commissione Verità e Riconciliazione aveva rinviato alla giustizia ordinaria quando l’amnistia non era stata concessa. La commissione nasce anche da un’azione legale promossa da familiari delle vittime: non solo memoria, ma verifica su omissioni e freni dello Stato democratico.

Non si parte da un foglio bianco. Negli ultimi anni l’Alta Corte ha già ribaltato verità d’epoca in casi come Ahmed Timol, Neil Aggett, Imam Abdullah Haron: nuove perizie, archivi riaperti, testimonianze rimontate hanno consentito di stabilire che non fu “suicidio” ma uccisione in custodia. Questi precedenti dicono due cose: le prove possono essere ricostruite anche a distanza di decenni; l’ordinamento sudafricano, quando vuole, sa correggere i depistaggi.

“Steve Biko” by 4WardEverUK is licensed under CC BY 2.0.

Il punto cruciale ora è arrivare a responsabilità personali. Molti potenziali imputati sono morti o molto anziani; altri chiesero amnistia senza ottenerla, lasciando però i fascicoli a languire. La Procura promette priorità e “assenza di paura o favore”, ma per anni ha pagato carenze di risorse e una direzione politica incerta sui crimini dell’apartheid.

La combinazione fra riaperture e commissione d’inchiesta può diventare un metodo: prima si accertano i freni istituzionali, poi si portano in aula i casi con tenuta probatoria. Biko è il test più visibile: catena medica delle lesioni, responsabilità di comando nella Security Branch, ruolo degli ufficiali di custodia e dei sanitari.

C’è una lezione civile che attraversa i fascicoli. Le famiglie hanno atteso decenni e sono loro ad avere riaperto la partita: senza i ricorsi e le campagne legali, la commissione probabilmente non sarebbe nata. Biko, i Cradock Four e gli altri non sono solo nomi nei manuali: misurano quanto la democrazia del ’94 sappia, oggi, difendere la propria credibilità. Se la giustizia arriva, anche tardi, la riconciliazione diventa più vera; se si ferma ancora, resta un esercizio retorico.

Il 2025 sudafricano dice che la giustizia di transizione non è finita. Riaprire Biko non è nostalgia giudiziaria, è manutenzione della repubblica: separare la memoria dal mito, la verità storica dalla verità giudiziaria, il lutto dall’impunità.

Se i procedimenti avanzeranno e le responsabilità verranno nominate, l’effetto andrà oltre i simboli: diventerà un modello stabile — un’unità dedicata ai crimini dell’apartheid, strumenti forensi mirati, priorità chiare — per chiudere finalmente i conti. Se invece prevarranno nuovi rinvii, il Sudafrica scoprirà che la riconciliazione senza giustizia non guarisce: sospende. E ciò che si sospende, prima o poi, torna.

“Outside the Steve Biko Building, Rhodes University” by KimNowacki is licensed under CC BY-ND 2.0.

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